Sono ingegnere informatico, dottore di ricerca all'università di Firenze nel dipartimento di Elettronica e Telecomunicazioni. Per lavoro quindi mi occupo di tecnologie, in particolare di sicurezza delle reti, per interesse mi piace sconfinare negli aspetti sociali legati al copyright ed al software libero. Qui trovate qualche informazione in più, qui alcune presentazioni che ho fatto ultimamente.
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Il copydoc è un documentario radiofonico sul copyright che ho realizzato con il lilik, disponibile in creative commons BY-SA.
Oppure guarda il video!
The weird funnel in the picture is a gift I’ve received, and now is enthroned in the most visible hang of my kitchen. When I see an object that looks peculiar (well, let’s say more peculiar than a fork), I developed a natural instinct to look for the magic words “patent pending”. As it always happens, in its plastic top the red collapsible funnel is more direct than other weird object, it does say not only the magic words, but also the direct reference to patent US566,489. Now, the funnel, I have to admit is quite ingenious: the plastic folds and the whole object takes less space than a normal funnel. As I have noticed in the past, folding is a technique that deserves protection, so it was no surprise that a patent was pending. The weird thing is that the whole claim of the patent is: CLAIM: the ornamental design of a collapsible funnel, as shown and described. Then, a few drawings follow. It neither explains that the plastic folds to save space. Being curious I started looking at the other patents cited and I found something that I didn’t expect. The logic is that first, you patent anything that can be collapsible with a general patent, then you can specify it with design patents: collapsible strainer, collapsible bowl, collapsible over the sink colander (!?!).
You think this is enough? not really. Following this logic, you can patent basically anything, just patent “the ornamental design of”, want an example? who is going to tell to 60 millions Italians that the design of the PASTA COLANDER that they own in their kitchen has been patented in 2008? Imagine the consequences if this revolutionary invention would fall in the wrong hands, such as a patent troll… a whole nation would be hungered ( how many deigns can you imagine different from the one pictured in the patent?).
So, when I first showed this patents to a friend, he reacted saying: “well, if this is the trick, tomorrow I’ll file a patent for a fork…”. He thought he was thousands years late for that and that a visit to any archaeological museum would have proved it, actually he was wrong, not thousands, just four years late.
Actually, a design patent is covering only the design of a certain object, not the object itself. The point is, how many designs you can have for a fork? and the patented design is anything original?
Once more I have to repeat my motto: innovation, that’s what patents are for!
Ho finito di leggere il libro di Lovink “Internet non è il paradiso” e mi ha lasciato un doppio senso di sincerità e di parzialità. Se da un lato porta alla luce una visione un pò più critica della rete e delle sue dinamiche, dall’altro lo fa basandosi su esperienze molto personali e poco oggettivizzabili. Ho scritto una pagina di commento che potete trovare qui.
Approfitto per riprendere un thread di frontiere digitali (lista di discussione che ricade spesso in alcune logiche dispersive ed inefficaci che descrive Lovink) in cui si era parlato dell’appartenenza o meno del software libero ad una cultura di sinistra. Arturo Di Corinto aveva risposto così:
…Il software libero è di sinistra perchè presuppone una mentalità libertaria e la valorizzazione della collaborazione, della cooperazione e dell’importanza del collettivo rispetto al singolo. Il software libero tuttavia non vincerà mai perchè presuppone il superamento della società capitalista…(Loovink, 2005 Oekonux, 2003)
Sinceramente, avendo letto Lovink, non ritengo che sia una fonte che giustifichi tutta questa determinazione nell’attribuire il SL ad un background di sinistra. Lovink racconta le opinioni di Oekonux che, nella pratica non arrivano a nessuna conclusione se non quelle riassunte dai gestori della lista. E’ una lista che parte da persone di formazione marxista, in cui non si affronta il problema della retribuzione dando per scontato che tutti abbiano un reddito e che, in più, producano software libero. Concludere che una società basata su forme di cooperazione ispirate alle licenze GPL è possibile se superiamo il modello di sviluppo capitalista, mi pare già un mezzo fallimento da parte degli animatori della lista, perchè non penso che aggiunga molto alla determinazione di una natura politica del SL. Facendo cadere le premesse di attualità (ovvero presupporre che la società superi il suo attuale stato) secondo me si privano le conclusioni di efficacia.
D’altra parte, Lovink non è un buon consigliere per farci guidare in questo giudizio, è un feroce critico del liberismo (almeno nella sua forma capitalista applicata alla rete) e secondo me ha una visione parziale di alcuni fenomeni, ad esempio, il SL per quanto produca condivisione è anche guidato da logiche lideristiche ed individualistiche, che molto spesso portano all’abbandono di progetti non commerciali nel momento in cui gli autori iniziali si stancano. Al contrario, progetti che si affacciano ad un contesto di mercato riescono a trovare spazio e sostentamento attraverso dei modelli misti libero/proprietario o di consulenze e serivizi (pagati a prezzi di mercato). Così come Oeknux non affronta il problema di dare da mangiare ai programmatori Lovink pur affrontandolo non risolve lo stesso problema per gli artisi. Per entrambe le categorie, alla fine, funziona il mercato come premessa, se sbagliamo (o eliminiamo) la premessa, possiamo dimostrare qualsiasi cosa.
Con questo non voglio dire che determinare il sesso del SL (di destra o di sinistra) non sia questione interessante, forse però è un tema non proprio scontato e che potrebbe essere di difficile soluzione, parrebbe essere uno di quei punti che danno coraggio a chi sostiene che oggi destra e sinistra non hanno più senso. Per me hanno ancora senso, ma siccome la destra si appropria di tutto quello che conviene e la sinistra in questo paese è rimasta indietro su molti temi è importante che le persone oggi contribuiscano a ridarglielo riappropriandosi della politica.
Se fossi un blogger professionista mi vergognerei… ma per fortuna non lo sono e mi posso permettere di dimenticarmi iniziative fatte e di non avere tempo di aggiornare il blog per tempo.
Per prima cosa, la mozione per l’introduzione del software libero nel comune di Firenze comincia a dare i suoi frutti. Qui c’e’ un comunicato stampa che documenta i passi che verranno messi in pratica nel prossimo triennio. Si parla di migrare almeno 500 piattaforme e tutte quelle applicazioni propietarie sviluppate per il comune e che rappresentano il limite più grande al passaggio al software FLOSS. Mi piace pensare che sia un segnale che dice che si vuole fare politica bene, si ottengono anche i risultati.
Poi, la settimana passata abbiamo organizzato un’iniziativa con SEL sui lavoratori della conoscenza, sui beni comuni digitali e su come la politica dovrebbe intervenire in questo mondo… E’ l’inizio di una serie di iniziative che vogliamo organizzare su questo tema per cominciare a fare politica anche in questo settore.
In fine, parteciperò al prossimo linux day, e probabilmente anche alla prossima festa della creatività con una presentazione sui temi del copyleft e del copyright. Ancora da definire ma interessante!
Dal blog di Levine ho raccolto questo link in cui si racconta che la Warner a chiesto a youtube di eliminare i video di “We con the world”. E’ quel video realizzato come presa in giro dell’azione dei pacifisti che hanno provato ad arrivare a Gaza e si sono presi le pallottole dei soldati israeliani.
Io sono uno che può scherzare su tutto, qualche volta mi faccio anche un po’ impressione quindi non mi sento in diritto di censurare chi ha il buon gusto di fare ironia su nove pacifisti morti in mare e centinaia di migliaia di persone segregate dall’embargo a Gaza.
Evidentemente però non tutti la pensano come me, e si sa che quando si vuole togliere di mezzo qualcosa di imbarazzante da Internet il trucco sta nel trovare un motivo percui si violi il diritto d’autore. Su richiesta della Warner, detentore dei diritti di “We are the world”, Youtube ha prontamente rimosso la parodia dai suoi server. Ad occhio, senza essere esperto di diritto fare una parodia di una canzone non lede i diritti di nessuno, ma evidentemente il video era imbarazzante per qualcuno che ha chiesto a Warner di far valere un diritto inesistente. Chissà se Youtube, oltre ad una procedura per togliere i video ha anche una procedura per permettere ad una persona qualsiasi di pretendere di riavere il video online, visto che è stato violata l’eccezione al diritto di autore che gli permette di fare parodie.
Molto si è parlato del trattato internazionale ACTA, che la commissione europea sta valutando. Questa settimana è stato pubblicato sulla rivista EurLex il parere del Data Protection Supervisor della EU, ovvero del garante europeo della protezione dei dati (GEPD) M. Peter Hustinx. Il testo lo si trova per intero in italiano qui ed è molto critico nei confronti di ACTA, vediamo alcuni passaggio importanti che riguardano la politica dei three-strikes che ACTA prevede:
17. Queste prassi sono altamente invasive della sfera privata delle persone e implicano il controllo generalizzato delle attività degli utenti di Internet, anche di quelle perfettamente legali. Esse interessano milioni di utenti di Internet rispettosi della legge, fra cui molti bambini e adolescenti, e sono affidate a soggetti privati, non alle autorità incaricate dell’applicazione della legge. [...]
You know, you’re in the bathroom, you’re actually sitting, and your sight roams in the room. At a certain moment you see a blue bag, you take a little while to focus what it is and then you notice the key-buzz-word: patent pending. Then you ask yourself, is it the blue bag that has been patented? that would be interesting. Or may it be the content of the bag itself? a patented pad (note, not an iPad, just a pad)?
I can’t wait to know. PPH stands for Pietrasanta Pharma S.r.l. (written on the back of the box), let’s look for it into google patents. Here we go, the only patent I’ve found is this 2006 patent, a magnific 2-pages, 3-images for a total of almost 50 words description of an eye-patch. I found it quite weird, a patented eye-patch included in a pad pack, but I have to admit I never really understood women.
In un video in cui Juan Carlos De Martin parlava di Internet, accennava al fatto che i mass-media parlano della rete quasi sempre per mettere in evidenza fenomeni negativi. Arturo di Corinto concentra sempre l’attenzione su come la rete, più che un enorme business, sia un luogo di gioco, progettazione, scoperta… Ecco, questo video è una di quelle cose, piuttosto toccanti, che ti fanno capire quanto abbiamo guadagnato costruendo la rete. Eric Whitacre è un compositore, ha scritto un pezzo ed ha chiesto a 100 coristi di tutto il mondo di realizzare un video ed una registrazione della loro parte. Ecco il Virtual Choir:
L’ho scoperto ieri quando Guido Scorza ne ha parlato al congresso organizzato da Amadir a Firenze, commentando che se si volesse risalire al copyright di questo pezzo, sarebbe un compito impossibile, visto che ci sono 100 coristi, decine di collecting agencies …
Qualche tempo fa il congresso degli Stati Uniti ha chiesto ad un ufficio interno, il GAO, un parere sul vero impatto della pirateria sull’economia americana (scaricabile da questo link). Il GAO è un’istituzione indipendente che si definisce il congressional watchdog ovvero il cane da guardia del congresso che ha il compito di vigilare sul fatto che il congresso lavori nell’interesse dei cittadini americani. Prima di approvare il PRO-IP act il congresso ha quindi chiesto al GAO un’opinione per giudicare gli studi a giustificazione delle azioni richieste dall’industria per rafforzare le tutele. Il GAO ha revisionato gli studi in materia, ha contattato chi li ha redatti, ha guardato la letteratura presente ed ha parlato con esperti del settore. Nell’abstract iniziale si legge:
Three widely cited U.S. government estimates of economic losses resulting from counterfeiting cannot be substantiated due to the absence of underlying studies. Generally, the illicit nature of counterfeiting and piracy makes estimating the economic impact of IP infringements extremely difficult, so assumptions must be used to offset the lack of data. Efforts to estimate losses involve assumptions such as the rate at which consumers would substitute and studies quantifying or resulting estimates. Because of the significant differences in types of counterfeited and pirated goods and industries involved, no single method can be used to develop estimates. Each method has limitations, and most experts observed that it is difficult, if not impossible, to quantify the economy-wide government, and consumers.
Nel corpo del documento vengono presi in analisi alcuni studi prodotti negli ultimi anni da agenzie americane per stimare l’impatto della pirateria sull’economia. Le conclusioni sono sorprendenti: in primo luogo non esistono dati affidabili su cui fare alcuno studio, non esistendo dati è tremendamente importante la metodologia con cui si “proiettano” i pochi dati esistenti in alcuni settori su una scala più ampia. Qui l’attenzione si concentra sulla cosi’ detta substitution rate ovvero quel valore che determina il rapporto tra le copie pirata vendute (o scaricate) ed il mancato acquisto dell’originale. Lo studio dice che un rapporto uno ad uno è per la maggior parte dei casi sbagliato. Ha senso quando l’utente acquista un bene piratato pensando di acquistare uno originale, ma se il prezzo differisce nettamente e la qualità anche, allora la sua applicazione non è giustificata. Quindi, se si può immaginare che comprare un pacchetto di aspirine finte corrisponda ad un mancato acquisto, scaricare un brano da una rete p2p è cosa completamente diversa, che rende gli studi valutati (col senno di poi, anche a detta degli autori) inaffidabili.
Il GAO valuta in linea generale anche gli effetti della pirateria, e per la prima volta tra i possibili effetti ne sono enumerati anche alcuni potenzialmente positivi, sia per i consumatori che per i produttori:
For example, consumers may use pirated goods to “sample” music, movies, software, or electronic games before purchasing legitimate copies, which may lead to increased sales of legitimate goods. In addition, industries with products that are characterized by large “switching costs,” may also benefit from piracy due
to lock-in effects. Some authors have argued that companies that experience revenue losses in one line of business—such as movies—may also increase revenues in related or complementary businesses due to increased brand awareness. For instance, companies may experience increased revenues due to the sales of merchandise that are based on movie characters whose popularity is enhanced by sales of pirated movies
E’ un effetto che è impossibile da quantificare, ma che viene citato al pari di quelli negativi. Sarebbe stato meglio se il congresso avesse aspettato i risultati della ricerca, invece di approvare il PRO-IP act in anticipo…
L’altro studio che la settimana passata ha smosso diverse acque è quello di un’associazione di produttori di hardware/software che comprende le più grandi multinazionali del settore (e che potete scaricare qui) in cui si cerca di quantificare l’economia del fair use. Lo studio conclude che l’economia basata direttamente o indirettamente sul fair-use contribuiva nel 2007 per 4.7 milioni di miliardi (si, avete letto bene) all’economia americana, un sesto del PIL nazionale. Per arrivare a un numero cosi’ spropositato lo studio usa dei parametri molto laschi, che fanno si che nella categoria rientrino praticamente tutte le industrie hardware/sofwtare/multimedia, il che rende i numeri un po’ gonfiati. Ad esempio, dire che la “Motion picture and video Industries” basi la sua produzione sul fair use è sicuramente un’informazione parziale, considerando che sono i primi a voler restringere sempre di più tale diritto. Parziale non vuol dire sbagliata, perchè ci ricorda che anche le aziende più accanite sostenitrici del copyright perpetuo e assoluto non sopravviverebbero se lo ottennessero. In altre parole anche le aziende dell’entertainment se non potessero usare il fair use nei loro film, libri, dischi, software ecc.. non potrebbero citare, imitare, riportare notizie o fatti, neanche utilizzare un computer, visto che copiare temporaneamente in memoria una pagina web per mostrarla su un browser, è un’eccezione al diritto d’autore che rientra nel fair use.
Questo lascia capire quanto sia di retroguardia la battaglia che stanno conducendo ovvero quella di privatizzare tutto lo scibile umano lasciandosi però quelle scappatoie che gli permettono di evitare che anche la loro stessa attività venga strangolata da regole sempre più rigide.
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