Leonardo Maccari

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Sono ingegnere informatico, dottore di ricerca all'università di Firenze nel dipartimento di Elettronica e Telecomunicazioni. Per lavoro quindi mi occupo di tecnologie, in particolare di sicurezza delle reti, per interesse mi piace sconfinare negli aspetti sociali legati al copyright ed al software libero. Qui trovate qualche informazione in più, qui alcune presentazioni che ho fatto ultimamente.

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Il copydoc è un documentario radiofonico sul copyright che ho realizzato con il lilik, disponibile in creative commons BY-SA. copydoc logo Oppure guarda il video! copydoc logo

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Accenture Global Content Study

La Accenture non ha bisogno di grandi presentazioni: è una multinazionale che offre consulenze per aziende in praticamene qualsiasi settore. Ogni anno pubblica un report in cui, attraverso delle interviste ai manager delle più grandi imprese dell’entertainment, cerca di delineare il futuro dei media, nuovi e vecchi.

Cosa dicono quindi i CEO e i decision-makers di cento tra le più importanti aziende del mondo in questo settore? Sostanzialmente sono tutti d’accordo sul fatto che i media stanno cambiando e che le loro aziende devono riuscire ad aggiornarsi, sia nei modi di offrire prodotti (in particolare sulle piattaforme mobili) che nei modi di produrne (tutti parlano di social media). Due dettagli su cui mi voglio soffermare sono i contenuti creati dall’utente e le conseguenze sul tema del copyright.

I social media appaiono nello studio come due grandi forze, sia di creazione di contenuti che di distribuzione. Il 68% degli intervistati crede che questo mondo rappresenterà una grossa fonte di crescita per la propria azienda e il 53% la ritiene la più grande in assoluto. Il 61% inoltre pensa che la maggior parte delle aziende si sta spostando verso un tipo di distribuzione definita “open model“. Non sono solo opinioni, ma c’è la conferma data dai soldi che le industrie pensano di spendere in pubblicità nel prossimo anno. Ben il 59% delle imprese investirà massicciamente in pubblicità sui grandi portali: è sicuramente una percentuale molto alta ma è in netto calo se lo si confronta con il dato dell’anno precedente, 77%. D’altra parte ben il 15% rivolgerà la maggioranza degli investimenti pubblicitari nei portali di reti sociali.

Passando dai numeri alle parole, sembra che le aziende stiano accettando il fatto che gli utenti sono in grado di produrre dei contenuti in modo indipendente e di effettuare delle scelte basandosi sulle loro reti. In qualche modo le aziende devono scendere a patti con questa realtà, cercare di reinventare i propri business e interagire diversamente con i consumatori. Spendere soldi nelle reti sociali significa alimentare un sistema contrapposto a quello tradizionale in cui le major producono contenuti e li impongono a forza di pubblicità, classifiche di vendita, festival e premi musicali. D’altra parte il sistema di tutele del copyright
che abbiamo è tutto pensato per favorire un modello di distribuzione centralizzato (non poter riprodurre un brano per 70 anni dalla morte dell’autore non è certo un incentivo per chi vorrebbe modificarlo e riproporlo su youtube), quindi viene automatico pensare che se il business si sposta verso un modello diverso, anche il copyright potrebbe seguire. Forse è una visione ottimista, ma se  finora tutti erano sempre stati a favore di leggi sempre più rigide e tecnologie di protezione non è detto che domani non cominci a sorgere un conflitto tra quelli che vogliono continuare su questo binario e quelli che invece vorrebbero un sistema più libero per alimentare i loro investimenti nelle reti sociali.
A conferma di questa visione ottimistica ci sono altri due dati, il primo è un 7% di intervistati che sostiene che il p2p sarà l’unico modo sostenibile per distribuire contenuti in futuro. E’ una questione tecnicamente giustificabile perché pensare, ad esempio, che un solo server riesca a fare streaming a 10 milioni di utenti di un film in prima serata è irrealistico.  Però fa impressione che ci sia una percentuale non irrilevante di top manager che è pronta a perdere completamente il controllo della distribuzione dei propri contenuti. Il secondo è che il 42% degli intervistati pensa che la distribuzione di contenuti commerciali senza DRM produrrà un grosso aumento dei guadagni nel settore dei media, contro solo un 27% che non è d’accordo. Qualche anno fa nessuno avrebbe mai ammesso che i DRM fossero un freno al mercato, anzi venivano visti come l’unico modo per creare un mercato dei media digitali dissipando quelle visioni apocalittiche di un mondo senza diritto d’autore.

Concludendo, dallo studio di Accenture si intuisce un piccolo ma importante cambio di rotta espresso dalle parole dei manager dei gruppi più importanti del mondo dei media. E’ inutile sottolineare quanto questo sia importante, visto che sono proprio loro che decidono le tendenze del mercato e quindi le ricadute su di noi utenti.

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2 comments to Accenture Global Content Study

  • Brutto essere guidati da gente che in realtà, non gliene importa proprio niente di noi!

    Accenture è una multinazionale ed ha la mentalità delle multinazionali.

  • leonardo

    E’ vero, ma è anche vero che per ottenere qualche risultato tangibile c’e’ bisogno di trovare degli alleati. L’esempio della campagna contro i brevetti EU sul software è emblematico, li c’erano oltre alle associazioni anche tanta aziende che cercavano di proteggere i loro investimenti in software libero/aperto.

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