Il copyright sulla cultura.
L’ultima volta che sono stato a Roma, in un vicolo ho notato una targa con impressa questa frase:
“SI PROHIBISCE ESPRESSAMENTE À QVALSIVOGLIA
PERSONA DI GETTARE NE TAMPOCO FAR GETTARE NE FAR
PORTARE IMMONDEZZA DI SORTE ALCVNA VICINO INTORNO
NE SOTTO AL PRESENTE ARCO SOTTO PENA DI SCVDI VENTICINQVE [...] ET ALTRE PENE ANCHE CORPORALI [...] IN CONFORMITA’ DELL’EDITTO DI MONS:ILLMO PRESIDENTE DELLE STRADE.
PVBLICATO LI 14 AGOSTO 1733 ”
la targa è perlomeno curiosa e si ritrova in molte strade della capitale. Dopo averla notata non ho potuto fare a meno di chiedermi: nella Roma del ’700, quante persone sapevano leggere una targa? Oggi, dopo una ricerca di pochi minuti su Google ho una parziale risposta, nel 1861 in Italia circa l’80% della popolazione era completamente analfabeta, tra i rimanenti buona parte era in grado di leggere con grande difficoltà e sicuramente non di interpretare un testo complicato. Quasi 130 anni prima le cose non potevano andare molto meglio, non mi stupirebbe se tra le persone a cui quella frase era rivolta (il popolino di borgata, sicuramente non erano i nobili istruiti a gettare immondezza nei vicoli) solo una persona su venti o trenta fosse in grado di capirne il messaggio.
Un altro dettaglio è ancora più interessante, di quelli in grado di capire quale fosse il reato, quanti erano in grado di interpretare la pena? venti scudi a parte, cosa era scritto nell’editto del mons. illustrissimo presidente delle strade?
Altri dieci minuti su Google mi fanno scoprire che l’editto fu scritto dal notaro Orsini per limitare il degrado urbano e che la giustizia papalina prevedeva anche l’applicazione della “corda” un supplizio non capitale ma piuttosto crudele. In rete si trovano molte foto, indirizzi precisi delle targhe e storie ad esse connesse.
Questa introduzione vuole mettere in evidenza che trecento anni fa pochissime persone avrebbero potuto conoscere la propria sorte prima di vedere qualcuno pendere dal palo della corda, mentre oggi oltre venti milioni di utenti di Internet italiani possono accedere con facilità alla maggioranza delle informazioni di cui hanno bisogno. Il resto dell’articolo serve invece a capire se tra cento anni saremo andati nella direzione avviata da Google o in quella del mons. illustrissimo presidente delle strade, notaro Orsini.
Cultura e Copyright
La creatività si manifesta in molte forme e ognuna di queste aggiunge qualcosa ad un bene che viene considerato comune, la cultura. Ogni produzione culturale, che piaccia o meno, suscita una reazione in chi ne usufruisce, scatenando un’analisi che arricchisce chi la compie.
Io ad esempio, odio i film di Lars Von Trier, ma ne ho discusso così tante volte con dei suoi estimatori che alla fine ho raccolto un campionario di critiche positive sufficienti per poter sostenere una discussione mettendomi dalla parte di chi lo apprezza. Pur rimanendo della mia idea, non posso fare a meno di osservare che i suoi film hanno prodotto speculazioni ed analisi che mi hanno arricchito. L’accesso alle varie forme di arte quindi è un motore fondamentale della crescita culturale e della produzione artistica stessa.
Ciononostante la produzione artistica spesso è dovuta ad un moto interiore che mette a nudo alcuni lati di chi la crea e viene giustamente vissuta come qualcosa di molto personale, con un forte senso di possesso. Credo che tutti coloro che abbiano mai scritto una canzone si siano chiesti almeno una volta “come posso impedire che venga copiata?”. Nel moto d’orgoglio che accompagna una produzione ben riuscita, molto più raramente ci si chiede “quanto ho copiato per scrivere la mia canzone?”. E’ difficile dare una misura di quanto una produzione artistica influenzi una successiva, ma è impossibile pensare di aver prodotto qualcosa di completamente originale e indistinguibile da quanto già esiste anche perché per imparare un’arte si passa inevitabilmente attraverso l’imitazione di arte già esistente e spesso, inconsciamente, attraverso il plagio.
L’arte quindi comporta questa contraddizione, da una parte gli autori vogliono che siano riconosciuti i loro diritti sulla propria creazione, dall’altra devono pagare un prezzo nei confronti di chi li ha formati, restituendo qualcosa alla collettività. In questa contraddizione entra il diritto d’autore, per cercare di far coesistere la crescita culturale collettiva e il giusto compenso per gli artisti che hanno l’ambizione di poter vivere unicamente della propria produzione e devono vedersi riconosciuti dei diritti concreti.
E’ importante mettere in luce questo equilibrio; le leggi sul copyright devono tenere conto di entrambe le cose, il diritto dell’autore e quello della collettività tutelando i diritti di chi crea quanto necessario senza per questo limitare la diffusione e la rielaborazione delle opere, condizione essenziale perché ci sia una produzione culturale.
Cosa regolano tali leggi? storicamente il profitto che proviene dalla produzione artistica è legato alla vendita di copie dell’oggetto stesso, sia esso un libro, un disco o una stampa. Quindi la legge sul copyright, come dice il nome, regola la possibilità di fare copie di un’ “opera d’ingegno”. Non regola, e questo deve essere chiaro, come si usufruisce di tale opera, finché l’uso è personale. Posso comprare un libro per leggerlo una, due o dieci volte, per farci il fuoco o tenerlo a reggere una porta aperta; non solo, posso anche rivenderlo dopo averlo comprato, è il mio diritto alla prima vendita. L’autore invece, tranne eccezioni, è l’unico a possedere il diritto di farne delle copie integrali.
Il copyright non è un diritto perpetuo, ma ha un limite temporale. La prima legge sul copyright che la storia ricorda è lo “statute of Anne”, adottato nel 1710 dal parlamento britannico che garantiva agli editori la possibilità esclusiva di produrre copie di opere per un tempo massimo di 21 anni. Dopo questi termini chiunque avrebbe potuto produrne delle copie. Con le debite proporzioni questo approccio si è tramandato fino ad oggi, in cui l’autore (o colui a cui l’autore ha ceduto i diritti) ha l’esclusiva sulle copie fino a 70 anni dopo la sua morte.
Cosa succede dopo? l’opera diventa di pubblico dominio, ovvero tutti possono farne quel che vogliono, in altre parole, una volta garantito all’autore e ai suoi eredi un tempo sufficiente per poterne trarre profitto, l’opera viene restituita alla collettività.
Chi difende strenuamente i diritti degli autori afferma che più è stringente la tutela (e duratura nel tempo) e più gli autori ne beneficiano, quindi più è grande la produzione e l’arricchimento culturale della società. Ad esempio, questo sistema ha garantito a Walt Disney di trarre grande profitto dalle sue creazioni e conseguentemente ha garantito a noi di vedere al cinema i cartoni animati che ci hanno fatto commuovere da bambini; senza una tutela forte sulle sue opere questo non sarebbe stato economicamente sostenibile, e quindi possibile. Pochi sanno che il suo primo successo fu una parodia di un film muto, Streamboat Willie che a sua volta parodiava un personaggio di una canzone che nel 1928 era già di pubblico dominio. Dopo alcuni anni Streamboat Willie diventerà famoso con un altro nome, Mikey Mouse. Quindi, se da una parte il copyright ha dato la possibilità a Disney di arricchirsi e produrre opere celebri, dall’altra il fatto che il copyright non fosse eterno gli ha dato la possibilità di attingere a piene mani da opere divenute di pubblico dominio, che lui ha riadattato e restituito ai giorni nostri, rivitalizzandole (Cenerentola, Biancaneve, Peter Pan… etc.) [1].
Riassumendo, il copyright sembra aver funzionato discretamente fino ai giorni nostri nell’incoraggiare chi produce cultura e nel restituirla alla collettività ma non solo, un effetto collaterale della tutela del copyright è quello di aver arricchito, più degli artisti, gli editori e i distributori delle opere d’arte. Un bravo musicista infatti non ha la possibilità di produrre, registrare e distribuire copie fisiche delle proprie opere, quindi si deve affidare ad un’impresa che faccia arrivare sui banchi dei negozi i propri CD. Il mercato che si è generato è enorme visto che dei 18 euro che paghiamo per un CD solo una piccola parte finisce nelle tasche dell’autore. Non voglio entrare nei dettagli, ma è palese che la distribuzione di opere di ingegno, e conseguentemente la loro produzione è in mano a pochi nomi in tutti i campi: per fare due esempi, dai dati Anica sugli incassi del cinema prodotto in Italia dell’anno 2003 i primi dieci film nella classifica del botteghino hanno raccolto più del 70% dell’intero incasso dell’anno (i primi 5 il 50%) cosi’ come nella classifica FIMI delle vendite di album per il 2006 le prime trenta posizioni sono distribuite tra sole quattro grandi etichette di distribuzione (le così dette Major) [2]. Dobbiamo renderci conto che la maggior parte della cultura di cui usufruiamo viene prodotta da poche grandi industrie, che decidono a quali contenuti possiamo accedere con facilità a patto che siano per loro redditizi. Questa condizione di oligopolio ha un enorme impatto sulla società e per capirlo basta guardare la situazione di squilibrio della televisione italiana ed i modelli che ci impone.
Negli ultimi anni le cose in parte sono cambiate, la tecnologia è diventata più accessibile e i costi della produzione e della distribuzione si sono abbattuti. Esistono software eccellenti per la composizione, l’arrangiamento e la registrazione della musica e una volta prodotta, la distribuzione avviene in modo istantaneo sulla rete Internet. Inoltre la copia di musica, video e immagini è quasi del tutto priva di costi. Si è venuto a rompere quell’equilibrio di mercato che le vecchie leggi sul copyright avevano imposto negli anni precedenti, per cui i produttori e distributori godevano di profitti enormi essendo gli unici a poter fornire opere di qualità. E’ rimasto invece intatto il loro ruolo nella promozione, ovvero nel sostenere il successo di un’opera attraverso la pubblicità di qualsiasi forma (televisione, radio, partecipazione a festival ecc…).
Oltre a quello controllato dalle Major, è sempre esistito un commercio parallelo, pirata, delle stesse opere con il grosso svantaggio che le copie di supporti analogici (fotocopie di libri o cassette riprodotte) degradavano la qualità. La distribuzione pirata doveva essere necessariamente clandestina, quindi non paragonabile per estensione e fatturato a quella ufficiale. Anche la pirateria ha goduto dei frutti della tecnologia, copiare le opere coperte da copyright è molto facile e non ne degrada la qualità, inoltre Internet dà la possibilità agli utenti di scambiarsi molto facilmente file tra di loro. Accedere ai contenuti copiati è quasi più facile che accedere ai contenuti originali.
Opportunità o Baratro?
Prendete una vostra canzone, una vostra fotografia, un vostro video, mettetelo in condivisione su una piattaforma di distribuzione come YouTube e se piace alla gente in poche settimane avrete molti contatti e molti fan (anche se distratti). Potete collegare della pubblicità al vostro sito e trasformare i click in denaro; non è paragonabile a vincere Sanremo, ma è molto più facile.
L’altra faccia della medaglia è che sulle reti di sharing tra utenti sono presenti intere costosissime discografie di artisti affermati, che, a detta delle Major [3], sottraggono loro enormi profitti. La tecnologia fornisce quindi la possibilità di aggirare il mercato in due modi, il primo legale, attraverso una produzione indipendente competitiva, l’altro illegale, perché copiare opere senza averne il diritto è contro la legge. I due piani sono distinti, il primo è da incoraggiare perché la coppia digitale+internet offre una possibilità illimitata per l’espressione umana, il secondo no, perché aggira il diritto d’autore e colpisce il suo mercato. Qualcosa li accomuna: entrambi hanno come conseguenza la perdita della posizione dominante delle Major. E’ difficile dire se questo sia di per sé un bene o un male, sicuramente non è vero quello che in modo sottile veniamo spesso indotti a pensare: cioè che sottrarre profitti alle Major significhi automaticamente colpire tutta la produzione culturale che senza il suo mercato si inaridirebbe.
I media ci forniscono una visione molto ben definita del problema: esistono i pirati (quelli che copiano le opere e le vendono per fini di lucro) e i ladri (quelli che le scaricano gratuitamente senza pagare i diritti). I primi finiscono in prigione, per i secondi molti stati stanno producendo leggi (non ultima la nostra legge Urbani) per fare si che se la passino il peggio possibile. Le persone devono decidere se stare dalla parte dei pirati/ladri o dei buoni che difendono il diritto d’autore; senza un approfondimento maggiore chiaramente tutti si schierano dalla parte dei buoni. E’ evidente che questa semplificazione mette in luce solo il lato più conservativo delle leggi sul copyright, quella che difende l’autore mentre dimentica volontariamente l’altro lato, quello che dovrebbe incoraggiare la diffusione e la produzione della cultura. Si verifica infatti una novità assoluta di enorme importanza: da alcuni anni, grazie alle nuove tecnologie e ad i milioni di utenti che condividono le loro risorse la cultura è più accessibile perché esiste un mezzo di comunicazione nuovo che ci permette di produrre, pubblicare e copiare opere d’ingegno, sia quelle di cui abbiamo i diritti sia quelle di cui non li abbiamo. La situazione non può essere banalizzata: si pensi ad esempio a quelle opere che sono commercialmente morte, queste opere non possono più arricchire la nostra società perché non sono più reperibili o magari in certi paesi non lo sono mai state. La legge sul copyright dovrebbe reprimere la condivisione illegale di quei file per difendere l’autore o dovrebbe tollerarla, nell’ottica di mantenere vivo il loro valore, anche se non può più essere trasformato in denaro?
Tale semplificazione mediatica viene utilizzata per colpevolizzare le nuove tecnologie e giustificare una soluzione piuttosto estrema per salvare il mercato della musica: blindare la rete impedendo la copia e conseguentemente la produzione e la diffusione di opere, rischiando di gettare via il bambino con l’acqua sporca.
C’e’ un altro fatto singolare che getta alcune ombre su una visione troppo categorica: esiste un modello di business per la musica online che genera profitto, ma che le Major sembrano avere ignorato fino a poco tempo fa. Perchè le grandi imprese oligopoliste del settore hanno lasciato ad una new entry come iTunes di Apple la possibilità di fare profitti enormi vendendo musica online (nel luglio del 2005 il sito iTunes dichiarava di vendere 100.000 canzoni all’ora)? Sembrerebbe che invece di buttarsi a capofitto su un mercato nuovo in cui avrebbero potuto entrare con tutto il loro peso, abbiano cercato di ostacolarlo il più possibile, anche quando era chiaro a tutti che non ci sarebbero riuscite.
L’unica soluzione: il DRM, un lucchetto sui contenuti digitali
E’ impossibile parlare di cultura sulla rete senza capire come vengono distribuiti i contenuti online, e per comprenderlo è necessario possedere alcuni concetti basilari che sono chiari ai tecnici ma spesso estranei a chi tecnico non è. In altre parole, senza possedere una conoscenza delle basi tecniche si rischia di non cogliere le opportunità che ci vengono offerte (o sottratte) dai nuovi mezzi di comunicazione.
E’ noto più o meno a tutti che i computer per loro natura sono in grado di interpretare informazioni codificate in linguaggio binario, ovvero costituite da un alfabeto composto solo da bit, valori zero o uno. Tralasciando i motivi per cui questo avviene, cerchiamo di comprenderne le conseguenze: qualsiasi file, di musica, testo o un applicativo è solo una sequenza di bit. Ognuno di questi viene aperto utilizzando un programma diverso, perché serve a qualcosa di diverso. Sarebbe insensato cercare di aprire un file musicale con un programma di elaborazione di testi, perché ogni programma accetta solo alcuni tipi di file, ovvero file in un certo formato. Per chiarire questo concetto fondamentale, un formato si può vedere come la lingua in cui è scritto un documento, cercare di aprire un file audio con un programma di elaborazione di testo (ad es. MS Word) è come chiedere ad una persona che parla solo inglese di leggere un documento scritto in portoghese. Se la lingua è conosciuta, chiunque la comprenda può interpretare le informazioni, se invece non è nota (è quindi un testo cifrato) solo chi possiede la chiave per decifrarla vi può accedere.
Qualsiasi sia il formato di un file, per esperienza sappiamo che copiarlo è semplicissimo, e questo indipendentemente che esso sia un’opera coperta da copyright o sia stato creato dall’utente, inoltre l’operazione di copia non ne degrada le proprietà (come farebbe una fotocopia). E’ molto importante capire che il formato dovrebbe essere indipendente dal programma che lo utilizza, così come uno spartito musicale è indipendente dallo strumento su cui viene interpretato; ad esempio esistono molti programmi per ascoltare la musica e tutti sono in grado di interpretare il formato MP3, le cui specifiche sono note al pubblico, se non lo fossero, solo chi le possiede potrebbe produrre un lettore musicale in grado di suonare file MP3. Il fatto che esistano molti programmi in grado di leggere lo stesso file ci dà la possibilità di utilizzare quello che più ci piace, quello che funziona meglio, o magari l’unico che funziona con il nostro computer o con il nostro sistema operativo.
I distributori di contenuti per impedire la copia dei loro dati utilizzano invece formati chiusi, o proprietari che dir si voglia: un formato proprietario è una lingua sconosciuta a tutti i programmi, tranne quello commercializzato da chi lo distribuisce. Rendere il formato chiuso ci costringe a usufruire dell’informazione solo con un programma, quindi in un unico modo. La logica è la seguente: se non posso impedirti di copiare un file, ti impedisco di utilizzare le copie che produci, perché se non possiedi il programma per utilizzarle la copia è inservibile.
Chiariamo questo concetto con un esempio: in precedenza ho citato un negozio di musica online, Apple iTunes. La Apple oltre a vendere musica produce computer, programmi, e il famoso iPod, un vero e proprio micro computer portatile su cui si possono scaricare i brani comprati su iTunes per ascoltarli in qualsiasi luogo o situazione. Chi ha provato a comprare musica su iTunes sa anche che i file scaricati dal sito possono essere ascoltati solo con programmi Apple, e sa che questi non gli permettono di compiere alcune operazioni, come spostare la musica su un altro computer e quindi usufruire del diritto alla prima vendita.
Meccanismi come questi prendono il nome di sistemi di Digital Rights Management (protezione dei diritti digitali, DRM), oltre alla segretezza del formato dei file comprendono forme di cifratura che rendono impossibile qualsiasi tipo di accesso alle informazioni, anche per gli utenti più esperti o smaliziati. Dal punto di vista del consumatore è una rivoluzione enorme, un tempo comprare un CD dava la possibilità di ascoltare musica su qualsiasi stereo, autoradio o lettore portatile, l’unico vincolo era che il mezzo utilizzato fosse in grado di interpretare il formato della musica su CD. Adesso succede qualcosa di ben diverso perché i DRM oltre ad impedirci di produrre copie utilizzabili ci condizionano nel modo in cui possiamo usufruire della cultura. I proprietari dei diritti d’autore obbligano Apple ad usare i DRM per difendere i loro interessi.
Ma chi difende i diritti del resto della società? nessuno garantisce che tra un certo numero di anni la Apple esisterà ancora e quindi esisteranno i prodotti utilizzabili per ascoltare la musica acquistata, nessuno garantisce che 70 anni dopo la morte dell’autore Apple concederà a tutti una copia libera da DRM della sua musica, è impossibile rivendere la musica perché può essere ascoltata unicamente con il programma installato sul computer del primo proprietario, ecc… Tutte queste operazioni mi sarebbero concesse dai termini della legge che regola il copyright, ma nella pratica la legge viene scavalcata dalla tecnologia, che ci impedisce fisicamente di usufruire di un nostro diritto. Questo approccio trova limite solo nella possibilità tecnica offerta dai programmi moderni e non nella legge che dovrebbe tutelare non solo il possessore dei diritti, ma anche tutta la società.
Per comprendere ancora più a fondo vediamo un altro esempio: Napster, che è stata la prima piattaforma di condivisione musicale online, adesso utilizza il suo network per vendere la stessa musica protetta attraverso sistemi DRM. Dalle condizioni di utilizzo si evince che se siete utenti di Napster pagate una quota mensile per ascoltare i brani, se volete spostare la musica su un lettore portatile dovrete pagare di più, se volete copiarla su un altro computer dovete pagare ancora una quota aggiuntiva, infine quando il vostro abbonamento scade, semplicemente non potete più ascoltarla. La legge sul copyright non dà il diritto all’autore di limitare il tempo per cui possiamo ascoltare un brano, ma il DRM di Napster ce lo impedisce d’ufficio.
E’ importante capire che se accettiamo che tutta la musica legale sia protetta da DRM implicitamente accettiamo anche il contrario, che la musica senza DRM sia illegale. Non sarebbe la prima volta, noi tutti paghiamo da anni una tassa sui supporti vergini (CD, cassette…) che risarcisce la SIAE dei mancati introiti dovuti al fatto che tali supporti vengono usati per produrre copie illegali di materiale sotto copyright, considerandoci tutti presunti colpevoli. C’è da aspettarsi quindi che se si impone questo modello, i programmi del futuro potranno impedirci di usare file senza DRM, presupponendo che siano illegali, ma uccidendo così anche tutte le produzioni spontanee e non commerciali.
La copia di file musicali è un buon esempio perché è un tema molto di attualità ma soffermandocisi troppo si rischia di perdere il vero obiettivo dell’analisi, che è l’accesso alla cultura tutta. Per estendere il discorso partiamo da un simbolo preciso: nell’immaginario collettivo la cultura viene identificata con un oggetto, il libro. Tutti noi siamo abituati a fondere il contenente (le pagine di carta) con il contenuto (le informazioni che portano) e considerarli come un’unica cosa aggiungendo alle sensazioni che ci provoca lo scritto anche quelle che ci provoca il contatto con la pagina (ruvida, morbida ecc..) o l’immagine di copertina. Per chi ama la lettura, quindi, il prossimo argomento è forse il più ostico da introdurre e non ho intenzione di aggirarlo: sono dell’opinione che in un periodo relativamente breve i libri spariranno e al contempo cambierà il modo più comune di accedere alla cultura, esattamente come è successo per la musica.
Sono due gli elementi che mi rendono sicuro: il primo è la incomparabile efficienza tecnica che ci offrono gli strumenti digitali, il secondo è l’osservazione che le nostre abitudini cambiano molto rapidamente, soprattutto al cambiare delle generazioni.
I libri digitali non sono una novità ma finora non hanno avuto grande successo per colpa della nostra condivisa e comprensibile avversione a leggere davanti ad un computer; manca attualmente una tecnologia che ci renda comoda la lettura, ma nei prossimi anni le cose sono destinate a cambiare. Esistono molti prototipi di carta elettronica (un supporto simile alla carta ma riscrivibile come un monitor) e si sono moltiplicati gli apparati portatili: cellulari, palmari. Il giorno che questi strumenti si saranno perfezionati e avranno risolto i problemi pratici legati alla lettura, non ci sarà nessun vantaggio oggettivo o commerciale nell’utilizzo della cellulosa e i libri di carta cominceranno a sparire dal mercato, così come sono sparite le musicassette. Non solo penso che avverrà, ma penso anche che sia un bene: così come succede per la musica sarà molto più facile accedere a libri provenienti da qualsiasi paese, sarà semplicissimo creare biblioteche perché basterà possedere un solo libro digitale su cui scaricare milioni di testi (la maggior parte dei quali sono già di pubblico dominio) e le nostre foreste ce ne saranno grate. I programmi di lettura vocale inoltre permetteranno di superare facilmente le barriere per chi non è in grado di leggere, per ignoranza o impossibilità fisica.
Immaginare un mondo senza libri non è facile ma a chi oggi pensa che la sensazione di contatto fisico con le pagine sia insostituibile vorrei ricordare che probabilmente venti anni fa esisteva lo stesso pensiero diffuso riguardo ai dischi di vinile, e sicuramente non immaginavamo di poter rinunciare alla carta per comunicare idee e sentimenti anche molto intimi. Oggi i vinili sono delle rarità, tutti noi usiamo correntemente le email per esprimere pensieri personali e molti adolescenti (e non solo) racchiudono quei sentimenti dentro ai pochi caratteri di un SMS. E’ probabile che chi ha oggi meno di quindici anni non abbia mai posseduto né un 33 giri né della carta da lettere, per questo motivo penso che domani i libri saranno come sono oggi i dischi di vinile: rari.
Se accettiamo questa visione e la uniamo a quanto detto a proposito dei DRM, lo scenario che ci si presenta prende tinte fosche. Immaginiamo di avere libri che si possono leggere solo un numero limitato di volte o fino alla scadenza di un abbonamento, che possono essere letti ma non citati, che possono essere letti solo in parte, ed ogni parte successiva richiede un sovrapprezzo. Immaginiamo libri che possono essere letti solo in alcuni paesi, e che possono essere censurati con strumenti tecnologici in altri, immaginiamo libri che semplicemente, da un giorno all’altro, spariscono. Chi ha letto “1984” di George Orwell, probabilmente sta pensando che se il protagonista del libro avesse avuto a disposizione questi strumenti, il suo lavoro (riscrivere continuamente i libri di storia per allinearli alla politica del regime) sarebbe stato molto più facile.
Scenari futuri:
Cominciamo a riassemblare tutti i frammenti: da una parte abbiamo un mercato dei media incancrenito, gestito come un oligopolio da un piccolo numero di grandi imprese. Queste imprese impongono i loro modelli culturali e condizionano le nostre abitudini, realizzando enormi profitti. La visione che sostengono è che il copyright è un diritto perenne, che infrangere il copyright equivale ad un furto e chi lo compie è un ladro a tutti gli effetti. Con una certa miopia trascurano il mercato dei nuovi media e quando vi entrano, utilizzano tutti gli strumenti possibili per limitare i diritti degli utenti, togliendo loro attraverso strumenti tecnici anche quelli che possiedono per legge. Dall’altra parte osserviamo che la tecnologia darà a queste imprese la possibilità di applicare questo modello a tutte le forme di produzione culturale.
A conferma di queste tendenze poche settimane fa sui giornali abbiamo letto che il proprietario di Apple, Steve Jobs ha rimproverato le Major perchè costringono i negozi di musica online ad utilizzare i DRM. A suo dire il numero di brani venduti da iTunes potrebbe essere molto maggiore di quei tre miliardi attuali, se non si utilizzassero DRM che limitano le libertà degli utenti rendendoli meno appetibili. In un’intervista [4], Enzo Mazza, presidente della federazione per l’industria musicale italiana (FIMI) ha risposto che il problema non riguarda la presenza di DRM, ma il fatto che i vari siti utilizzino DRM incompatibili tra loro, che non garantiscono la libertà degli utenti. Se i DRM fossero interoperabili si potrebbero spostare i contenuti da un apparato ad un altro e questo offrirebbe nuove possibilità. La visione della FIMI si può racchiudere in una frase del suo presidente : “Il domani non è il possesso dei contenuti, ma è il loro accesso, è la licenza per l’accesso ai contenuti che si desiderano in qualsiasi modo e momento, e indipendentemente dalla piattaforma”.
A questo punto le cose cominciano ad essere chiare, le leggi sul copyright non bastano più, ci vogliono strumenti che permettano ai distributori di regolare come noi accediamo alla cultura, facendoci credere che per noi utenti sia una liberazione. Sempre secondo Mazza “Il DRM è uno strumento che consente di formulare nuovi modelli di business, si prenda Napster, basati su abbonamenti che permettono l’uso completo dei contenuti fino a quando non scadono”.
La nostra cultura non deve scadere.
Le leggi sul copyright diventano sempre più stringenti in molti paesi, la commissione europea sta elaborando una direttiva (la IPRED2) che uniforma verso l’alto le le pene per tutte le violazioni di copyright, in Italia già la legge Urbani rende punibile anche con il carcere la condivisione di opere coperte da diritti. Il fatto che i governi siano così sensibili alle richieste di leggi più dure si spiega perché l’industria dei contenuti è una lobby potente e i legislatori non possono non tenerne conto; ma controllare la produzione culturale è un vantaggio che può far gola a molti e va anche oltre il business. Il controllo della RAI, che cambia CdA quasi ad ogni cambio di governo, non presenta forse qualche analogia?
Il percorso che ho cercato di seguire in questo articolo è molto complesso, c’è una componente legale in cui si fa fatica a navigare, una tecnica in cui mi trovo a mio agio ma sono in scarsa compagnia, ci sarebbe poi un’analisi socio-politica, che non so completare. Se leggiamo i giornali infatti, le uniche rarissime analisi che troviamo vengono da giuristi o tecnici e nessun personaggio di spicco del mondo politico sembra interessato a produrre una sintesi e mettere l’argomento all’ordine del giorno di una discussione politica. Tragicamente, questo compito è lasciato a noi tecnici che non siamo certo i più portati. D’altro canto, i politici non amano entrare nel dettaglio tecnico e nelle prospettive tecnologiche, che abbiamo visto sono molto importanti. Quindi per concludere, ecco pochi concetti molto chiari ad usufrutto di chi voglia aprire un dibattito nel suo ambiente politico, su qualsiasi scala:
- I DRM non devono essere incoraggiati, perché mettono in pericolo i diritti degli utenti e quindi la diffusione della cultura. Le pubbliche amministrazioni dovrebbero essere le prime a dimostrarlo, adottando soltanto formati aperti ed accessibili in tutte le produzioni, se la RAI ad esempio fornisse i propri contenuti online senza DRM, questo spingerebbe anche i privati ad andare nella stessa direzione
- La mancanza di interoperabilità non è il problema centrale, l’argomento più importante viene posto dalle attuali leggi sul copyright che definiscono anche dei diritti per gli utenti. I DRM devono garantire che tali diritti vengano rispettati per permettere alle nuove tecnologie di diffondere la cultura
- Il software libero è software di cui è disponibile non solo l’eseguibile ma anche il codice sorgente, che spiega anche ai programmatori come veramente funziona il programma. E’ quindi per natura incompatibile con i formati chiusi ed i DRM. Le pubbliche amministrazioni per tutelare le nostre informazioni private e conseguentemente i nostri diritti dovrebbero utilizzare unicamente software libero, come il sistema GNU/Linux.
Concludo con una citazione: uno dei motti che hanno fatto la fortuna di internet è “information wants to be free”, l’informazione vuole essere libera, con o senza l’approvazione del notaro Orsini.
Note:
Nella pagina apposita!




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