Leonardo Maccari

smartface
Sono ingegnere informatico, dottore di ricerca all'università di Firenze nel dipartimento di Elettronica e Telecomunicazioni. Per lavoro quindi mi occupo di tecnologie, in particolare di sicurezza delle reti, per interesse mi piace sconfinare negli aspetti sociali legati al copyright ed al software libero. Qui trovate qualche informazione in più, qui alcune presentazioni che ho fatto ultimamente.

Scarica Copydoc!

Il copydoc è un documentario radiofonico sul copyright che ho realizzato con il lilik, disponibile in creative commons BY-SA. copydoc logo Oppure guarda il video! copydoc logo

Feed per questo blog:

Boldrin, Levine: Against Intellectual Monopoly

Against intellectual Monopoly è un libro pubblicato da Cambridge Press, e disponibile online nel sito degli autori. Il libro di persè non ha una licenza allegata, ma nella home del sito c’è scritto che tutto il materiale è rilasciato in CC.

Un minimo di introduzione necessaria: i due autori sono due teorici di economia dell’università di Washington, l’editore è la Cambridge University Press. Questi due dati, insieme ai commenti positivi di tre premi nobel per l’economia in quarta di copertina, dovrebbero convincere i non esperti (come me) che il libro non racconta fandonie. Il tono del libro infatti è tecnico/colloquiale, non è un mattone pieno di numeri e teorie per esperti, è leggibile, ma fa riferimenti precisi ad articoli scientifici di cui introduce il contenuto senza entrare nei dettagli. Questo aspetto l’ho particolarmente apprezzato, il libro ha due chiavi di lettura, una per i non esperti che devono orientarsi e vengono guidati con un linguaggio scorrevole, uno per chi invece ha il tempo e le basi per approfondire la bibliografia.

Quali sono i contenuti più interessanti? sicuramente le osservazioni sul tema dei brevetti e dell’innovazione. La conclusione che emerge nel capitolo 8 (che merita una lettura anche da solo) è che non esiste alcuna prova che l’introduzione dei brevetti abbia incentivato l’innovazione. Non esiste infatti uno studio indipendente che porti delle prove concrete del fatto che nei settori in cui sono stati introdotti i brevetti sia cresciuta la produttività e migliorata l’innovazione. Questo è vero se si pensa sia all’800 che al ’900 che ad oggi. Riprendo alcuni esempi per chiarire questo punto fondamentale:

  • Petra Moser (Stanford) ha svolto una enorme analisi di migliaia di fiere mondiali di tutto l’800 per verificare se i paesi in cui erano state introdotte tutele brevettuali avessero più innovazione degli altri. La risposta è no.
  • Se i dati dell’800 ci possono sembrare lontani, prendiamo quelli più recenti. I brevetti sui medicinali sono stati introdotti, alla spicciolata, per tutto il 900. L’Italia è stata uno degli ultimi paesi a ratificarla nel 1978 ed in quel momento, anche senza brevetti era il quinto produttore al mondo di medicinali. Tutto un capitolo è dedicato all’industria farmaceutica che è un settore chiave per la giustificazione dei brevetti (gli enormi costi per la produzione di un singolo medicinale vengono presi come ragione per garantire protezione ai produttori). L’analisi dimostra che non solo i costi non sono così alti (e soprattutto molti sono finanziati dallo stato), ma che una gran parte dei medicinali sono variazioni più o meno inutili delle stesse medicine. In un mercato competitivo questi medicinali non avrebbero futuro, in un mercato di monopoli si, a scapito dei consumatori.
  • Infine i database sono un esempio di oggi. In Europa dal 1996 i database sono opere dell’ingegno tutelabili dal copyright, negli Stati Uniti no. A rigor di logica, se tutela del diritto d’autore implica maggiori investimenti, si sarebbe dovuta osservare una crescita del mercato europeo dei database e uno spostamento di finanziamenti dagli USA all’Europa. Anche in questo caso esiste una ricerca che segnala come tutto ciò non sia avvenuto.

Il perchè di tutto questo è abbastanza facile da intuire, chi produce un’innovazione per primo ha già un vantaggio sugli altri di essere il primo a produrre un certo bene, e questo generalmente basta. Nella maggior parte dei casi infatti copiare un’idea non è affatto semplice. Avere un’auto con un motore dentro non significa essere in grado di smontarlo, analizzarlo e riprodurlo con la stessa efficienza di chi lo ha costruito neanche per un’industria concorrente. Quando invece questo è possibile, generalmente l’invenzione non era particolarmente innovativa. Inoltre, chi copia tende a copiare qualcuno che ha successo sul mercato, il fatto che qualcuno voglia copiarmi quindi implica che sono già in una posizione di vantaggio sugli altri.

Da un punto di vista economico questo si spiega così (mi perdoni chi ne sa più di me): produrre qualcosa di nuovo ha un costo iniziale dovuto allo sviluppo e un costo fisso (costo marginale) dovuto alla produzione di ogni singolo oggetto. Il produttore deve vendere ad un prezzo superiore al costo marginale per poter rientrare nell’investimento e guadagnarci qualcosa. Il prezzo a sua volta dipende da quanto i consumatori sono disposti a spendere: in generale tanto per qualcosa che è scarso e poco per qualcosa di cui c’è molta offerta.
Facciamo un esempio: io investo un milione di euro per inventare il teletrasporto. Costruire ogni macchina per il teletrasporto mi costa 1000 euro e la vendo a 5000 dal primo gennaio. Dopo un mese arriva un concorrente che la vende a 4000 ed anche io devo abbassare il prezzo, poi un altro e un’altro ancora… Più aumenta la produzione, più i prezzi si abbassano, minore è il mio margine. Gli autori del libro sostengono che se la mia invenzione è realmente innovativa il tempo che passa prima dell’arrivo di un concorrente è abbastanza lungo da permettermi di conquistare il mercato, a quel punto avrò già ampiamente ripreso il mio milione ed è giusto che subisca la concorrenza degli altri. I brevetti distorcono questo meccanismo e fanno si che per un certo tempo io non possa subire concorrenza, quindi non ho nessun interesse ad abbassare il prezzo.

Se non sviluppano l’innovazione, i brevetti a cosa servono? la risposta è: a mantenere se stessi e a dare una rendita di posizione. E’ chiaro infatti che chi ha acquisito un monopolio abbia tutto l’interesse a mantenerlo il più a lungo possibile e vivere di rendita. Inoltre negli anni è nato e cresciuto un mercato enorme di studi tecnici e legali che si occupano solo di brevetti e copyright, che premono per il mantenimento di questa istituzione. Paradossalmente le imprese, anche quelle che non hanno interesse a produrre brevetti, devono farlo perchè il mercato glielo richiede.

Per le opere d’ingegno il tema è simile e viene affrontato mostrando esempi passati che dimostrano che il sistema funzionava bene anche senza copyright. Per quel che riguarda il copyright sulle opere d’ingegno digitali il problema è un pò più vistoso. Senza DRM, produrre un’opera digitale significa accollarsi una spesa iniziale e distribuirla in un regime di concorrenza che inizia nel momento stesso in cui vendo la prima copia. Solo che i miei concorrenti non hanno alcun costo nè di produzione nè di distribuzione, quindi il prezzo diventa automaticamente zero. Su questo tema il libro è meno preciso, forse perchè una risposta non può emergere dalla sola analisi economica. E’ chiaro infatti che le osservazioni su domanda, offerta e prezzo sono valide nel momento in cui l’offerta non è infinita, e ciò avviene se produrre una copia ha un prezzo. Nell’economia del digitale questo è falso, quindi è difficile sostenere che in assenza di copyright l’economia della creatività si comporterebbe bene come duecento anni fa. La soluzione si vede se si guarda il problema da un altro profilo (che gli autori non ignorano sicuramente) cioè che esiste una necessità nel tutelare il rientro di un investimento ma questa va equilibrata con la necessità della nostra società di accedere alla cultura liberamente. Non so se la soluzione giusta sarebbe ridurre il copyright a 15, 10 , 5 anni o abolirlo del tutto ma è necessario invertire la tendenza attuale di allungarne continuamente i termini e i campi di applicazione.

[Digg] [Reddit] [del.icio.us] [Technorati] [Google]