Cybersoviet non è un libro facile, ma denso e complesso. Immagino che sia più un libro di testo per un esame di Scienze della Comunicazione che un saggio da leggere prima di andare a letto. Una grande parte del libro espone tesi di altri autori, tra cui quelli storici della sociologia di Internet (Castells, Benkler, McKenzie, Bifo…) nel tentativo di descrivere le correnti che hanno provato a trovare un’identità di classe nel popolo di internet.
Il tema centrale del libro è la possibilità di questa variegata popolazione di creare un qualche tipo di blocco sociale, capace di rivendicare dei diritti e di influire attivamente nell’evoluzione della rete, in modo da frenare una deriva che la può portare ad una sorta di privatizzazione al servizio dell’impresa. Non solo, Formenti cerca di capire se esiste la possibilità che la classe degli internauti riesca a pesare anche all’esterno della rete stessa.
Nella letteratura emergono posizioni variegate, dall’anarco-liberista che identifica in Internet uno spazio dove si possa effettivamente esplicare un liberismo compiuto, senza barriere di ingresso in cui la libertà individuale (e d’impresa) possa abbattere i vincoli sociali, al post-marxista che rivede nelle comunità di internet una forma moderna dell’autoorganizzazione democratica dei soviet nelle fabbriche durante la rivoluzione russa.
Non voglio provare a riassumere temi molto complicati, preferisco concentrarmi su alcuni aspetti che mi hanno colpito:
- un mito, la rete si difende da sola. Formenti cerca di smontare la sicurezza di molti internauti che la rete è in grado di difendersi senza bisogno di nessuna presa di posizione sociale. Sembrerebbe vero, gli attacchi che stanno arrivando negli ultimi tempi alla neutralità della rete ne sono un esempio. Dobbiamo uscire dal sogno che la rete non abbia bisogno di rappresentanza, che qualsiasi cosa non riuscirà a fermare lo spirito libertario di Internet. Quando i nostri provider filtreranno pesantemente le nostre connessioni, e i nostri log saranno a disposizione di qualsiasi major pronta a querelarci, la rete sarà cambiata. Per evitarlo, gli internauti devono scendere a patti con governi, partiti e industria ed accettare dei compromessi. Non è facile se si immaginano i vari manifesti hacker sparsi in rete, che dicono esattamente il contrario. Eppure, Internet ha bisogno di un filo, e se quel filo ci viene staccato o controllato non c’e’ Barlow che tenga.
- le masse hanno sempre ragione. Anderson ci ha fatto capire che il mercato della coda lunga apre le strade alle nicchie, lasciando ad intendere che le comunità possono sostituire i fornitori di servizi nell’aiutare il cittadino a scegliere. Non sempre però le comunità ci azzeccano. Ne è un esempio Beppe Grillo, che con un istrionico populismo porta in piazza cento mila persone intorno ad un vaffa.
- cybersoviet o cyberpop? a chi ci dobbiamo affidare? ad una visione liberista visionaria e poco realistica che idealizza Internet come un posto che non ha bisogno di regole perchè è il compimento finale della mano invisibile di Smith, o ad una visione marxista che vede i grandi successi della rete (soliti due esempi, GNU/Linux e Wikipedia) come nuove forme di organizzazione spontanea dal basso (col rischio di finire come sono finiti i Soviet russi, ovvero schiacciati dal partito)?
Quindi, che si fa? da una parte sembra impossibile far nascere un’identità di classe, perchè nessuna teoria sembra capace di identificarla, dall’altra ce n’e’ bisogno per non finire sottomessi.
Personalmente penso che si possa contribuire a creare una classe politica che entri in questo argomento, costringendoli (tutto sommato anche con qualche vaffa) ad osservare che pur se non esiste una classe di cittadini di Internet esistono tanti movimenti contro. Contro un copyright perpetuo, contro i brevetti su tutto, contro il digital divide o la perdita della privacy e provare a far emergere da tutti questi movimenti contro, un valore in positivo dell’importanza della conoscenza e della cultura come bene condiviso, che sta alla base della visione hacker dei pionieri della rete. Oggi vedo questa possibilità, perchè questo valore in comune può essere trasversale tra molte delle visioni opposte (da liberali a marxiste) descritte da Formenti.
Si tratta di trovare spazio e rappresentanza politica. Non è un compito facile ma bisogna provarci, perchè un liberismo “buono” come quello del mercato dell’abbondanza, mischiato ad uno spirito di condivisione molto di sinistra può riavvicinare visioni politiche molto distanti e trovare consenso. Ci aggiungo anche un altro fattore: il web 2.0 si basa su produzione dal basso, condivisione e va a braccetto con una cultura più agile, accessibile e meno lottizzata dall’industria (per fare un esempio, se non si è flessibili con il copyright, non esiste rielaborazione di contenuti). Ma il web 2.0 ora è soprattutto un grande business, come testimonia Youtube. Ci dobbiamo aspettare che questo grande business muova qualche passo in favore di una rete meno lottizzata dalle major di tutti i settori? se si, allora è il caso di sfruttare questa inedita alleanza tra capitale e condivisione per combattere la balcanizzazione della rete.




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