Leonardo Maccari

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Sono ingegnere informatico, dottorando all'università di Firenze nel dipartimento di Elettronica e Telecomunicazioni. Per lavoro quindi mi occupo di tecnologie, in particolare di sicurezza delle reti, per interesse mi piace sconfinare negli aspetti sociali legati al copyright ed al software libero. Qui trovate qualche informazione in più, qui alcune presentazioni che ho fatto ultimamente.

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Florent Latrive, “Sul buon uso della pirateria”

 

 

Possedere una casa non è come possedere una miniera, una foresta, un litorale, un corso d’acqua, un campo. La proprietà [...] è limitata in base all’appartenenza dell’oggetto, in misura più o meno grande, all’interesse generale. Ebbene, la proprietà letteraria appartiene più di ogni altra cosa all’interesse generale; di conseguenza essa deve subire delle limitazioni.
Victor Hugo.

 

I giapponesi non possono copiare i [nostri] film con un assalto frontale, ma possono distruggerli con i videoregistratori. [questa macchina] sta ai produttori di film ed al pubblico come lo strangolatore di Boston sta alle donne che vivono da sole.
Jack Valenti, Motion Picture Association.

 

Florent Latrive, giornalista di Libération è autore di un libro molto chiaro e molto politico, ben scritto e distribuito nella versione in Francese con licenza creative commons, tutto sul rapporto tra la protezione dei diritti degli autori e quelli della società. Il libro è tradotto in italiano da DeriveApprodi

 

Come è oramai chiaro, visto che emerge in tutti i libri e gli articoli che parlano di copyright, le leggi sul diritto d’autore devono trovare un compromesso tra la tutela dei diritti di chi crea e la tutela dei diritti di tutti, massimizzando la diffusione della cultura. Mentre Caso dà una descrizione del problema in termini economici, Latrive l’affronta nei suoi risvolti politici. Proteggere gli autori significa, in principio, permettergli di sostenersi con le proprie opere, oggi quello che nota Latrive è che le leggi sul copyright proteggono un modo di produrre idee che ha molto poco a che vedere con gli autori. La produzione dei contenuti di massa, quelli che hanno più diffusione, oggi è dovuta ad un gruppo di persone che confezionano un prodotto con l’obiettivo di venderne più copie possibili. L’autore romantico che sta chiuso nella sua soffitta a scrivere testi rivoluzionari e che ha bisogno di un mecenate per vivere, è in via di estinzione. Le leggi non si sono adeguate, ed  oggi non sarebbero in grado di proteggerlo, ma sono ottime per proteggere i guadagni di tutta la filiera che possiede i mezzi di produzione di un blockbuster, fino all’ultimo centesimo che si può spremere.

 

Fin qui niente di nuovo, il ragionamento però si può estendere anche ad un contesto globale. Le nazioni che producono conoscenza usano le leggi e gli accordi internazionali di commercio (i Trips del WTO) per mantenere la loro posizione dominante su quei paesi emergenti che invece avrebbero bisogno di fruire e rielaborare più conoscenza possibile, come trampolino per colmare le differenze. Così come le major si difendono dai piccoli produttori, i brevetti e la protezione della PI difendono l’occidente dal resto del mondo, anche in settori delicatissimi come la medicina e l’agricoltura.

 

Ma come fanno le major a blindare un mercato e proteggerlo dagli scossoni prodotti dalle nuove tecnologie? basta rifarsi ai modelli classici di economia: i  liberisti ci insegnano che quando si verifica la tragedia dei common, la proprietà privata rende il sistema più efficiente. Se il pascolo è un bene comune, ogni allevatore cercherà di massimizzare il proprio profitto aumentando il bestiame, e alla fine il sistema collasserà, mentre recintare i campi rende il sistema più stabile. La cultura è un bene comune, ovvero non escludibile (non posso impedire che un libro venga letto da qualcuno) e non rivale (se io “consumo” un film non impedisco a nessun’altro di farlo al contrario di una mela), per proteggersi quindi basta reintrodurre queste limitazioni, correggendo un errore naturale, con il monopolio sulla copia garantito per legge e con i DRM, che limitano l’uso e la diffusione delle opere. Le leggi sono sempre più stringenti, e i DRM sempre più potenti, ma anche se si tenta di impedirlo la cultura, anche se perde le sue caratteristiche di non rivalità ed escludibilità rimane comunque un bene comune, che deve essere accessibile a tutti. Drammaticamente la tragedia dei commons si riproduce identicamente, visto che le major e le aziende che detengono i brevetti fanno i propri interessi esattamente come i proprietari di bestiame, e la società di rimette.

Se si volessero proteggere gli autori, invece, sarebbe opportuno capire che le rivoluzioni tecnologiche hanno rovesciato le priorità, per un autore, sostentarsi vuol dire far arrivare le proprie opere a più persone possibile, e poter accedere e manipolare più cultura possibile. Esattamente il contrario di quello che permettono le leggi, ovvero limitare la possibilità di copia e di rielaborazione.

Una legge in vigore dal 1956 al 1975 in Francia introduceva il pubblico dominio a pagamento, di cui parlava Hugo già nel 1878. Si tratta di introdurre una piccola tassa sulla riproduzione (a fini di lucro, immagino) di opere non più coperte da copyright (le opere degli autori di ieri) e utilizzarla per finanziare gli autori di oggi. Nel ventunesimo secolo c’è una somiglianza: la leggi sul copyright quasi in tutti i paesi permettono di produrre una copia privata dell’opera che si possiede a patto di pagare un equo compenso. Questo sistema potrebbe essere esteso (togliere la parola “privata”) per rendere possibile la copia e ridistribuire le rendite agli artisti stessi. Non è un’idea facile nè nuova, ma c’è un segnale che ci fa capire che può essere la strada giusta: le major si impegnano da anni per eliminare la copia privata, molte dichiarazioni di dirigenti di imprese e associazioni di editori vanno nella direzione di eliminare la copia privata, con la scusa che l’uso dei DRM oramai permette un controllo degli utilizzi e rende obsoleto il concetto di equo compenso. Se le major si affannano a rinunciare a dei soldi, vuol dire che che l’equo compenso potrebbe essere un grimaldello per ottenere risultati più grandi.

In fine un parallelo che viene sollevato nel libro. La battaglia per proteggere i diritti della collettività è ancora agli albori, non esistono molti movimenti per combatterla e tutti sono frammentati. Latrive ci incoraggia a farne una battaglia importante come quella sull’ecologia, ed in effetti, perchè ci indigna sapere che un bambino di un paese del terzo mondo è costretto a respirare le scorie che noi produciamo, ma non ci indigna se i nostri trattati commerciali non gli permettono di copiarsi i libri per studiare?

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