Leonardo Maccari

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Sono ingegnere informatico, dottore di ricerca all'università di Firenze nel dipartimento di Elettronica e Telecomunicazioni. Per lavoro quindi mi occupo di tecnologie, in particolare di sicurezza delle reti, per interesse mi piace sconfinare negli aspetti sociali legati al copyright ed al software libero. Qui trovate qualche informazione in più, qui alcune presentazioni che ho fatto ultimamente.

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Gert Lovink: Internet non è il Paradiso

Una critica della rete, secondo Lovink non è ancora stata realizzata. Il libro è del 2004, un momento di buco tra la crisi delle dot.com e l’ascesa del web 2.0 fatto di social network e comunicazione orizzontale, quindi risente della scia negativa dell’euforia di mercato distrutta dalla crisi del 2001 e non può ancora intravedere l’ingresso di miliardi di persone nella comunicazione in tempo reale che esiste oggi.

Ci sono due cose che Lovink non sopporta e sono i figli delle dot.com scappati prima che gli crollasse la casa in testa e gli hacker tecno-deterministi. I primi sono colpevoli di aver incoraggiato per anni un modello di crescita basato sul nulla, accumulando a colpi di capitali di ventura milioni di dollari, poi volatilizzati nel momento in cui la nullità dell’impresa è emersa ed il nasdaq ha trascinato tutti nella fossa.  Secondo Lovink non bisogna lasciare a queste persone (di cui buona parte gira intorno al mondo di Wired) l’unico punto di vista sull’analisi di Internet. I secondi sono sicuramente meno colpevoli ma Lovink non condivide l’approccio nerd del “per qualsiasi problema esiste un software che lo risolve”, ovvero non è possibile interpretare Internet come un mero groviglio di protocolli ed applicazioni, senza considerare le forze sociali che la muovono.

E allora da dove parte la critica di Lovink? dalle esperienze artistiche e politiche della rete, dalle mailing list in cui lui ha partecipato attivamente e che hanno coinvolto centinaia di media-attivisti di tutto il mondo sconfinando abbondantemente i limiti del digitale per arrivare a produrre meeting, seminari, esposizioni ma anche attività politiche (ad esempio a supporto dei canali di informazione liberi durante il bombardamento della Serbia).

Lovink arriva alla conclusione che le liste di discussione non sono uno strumento utile per far fare un salto di qualità al media-attivismo su Internet. Non funzionano bene a meno che non siano moderate, e la moderazione filtra tutti i contenuti con gli occhi di un dittatore che può essere benevolo quanto si vuole ma dittatore rimane. Il tempo per gestire una lista con centinaia di iscritti è enorme, non è monetizzabile (nel senso che non è facile trasformarlo in un’attività retribuita) e non si favorisce una qualsiasi forma di responsabilizzazione dei partecipanti. La lista di discussione Syndicate tra i vari esempi riportati è quello che pur partendo da ottime premesse e con un inizio brillante è morta sotto i colpi di troll guastatori (o ASCII-Artisti come è tentato di definirli Lovink).  Volendo superare questo strumento, a partire dai sistemi di rating di blog collettivi come slashdot e indymedia, Lovink ha lanciato discordia.us, uno spazio collettivo per parlare di arte e media-attivismo. Manco a dirlo, discordia è morto dopo un anno e mezzo di sonnolenta attività.

Saltando i  capitoli 4 e 5 arrivo al 6 che racconta di Oekonux, un’altra lista di discussione sul tema di come costruire una società GPL, che estenda il modello di produzione collettivo di Linux fuori dal software. Era il capitolo che mi interessava di più, ma anche quello che mi ha dato meno spunti. Superata la prima parte di discussione del contesto sociale da cui parte la lista, non si arriva ad una razionalizzazione delle idee. Frammenti di thread, opinioni spezzettate, citazioni mi hanno dato l’impressione che in realtà non si sia mai arrivati ad una sintesi efficace di quanto discusso in quella lista. Anzi, già nel solo mondo del software le contraddizioni ci sono nel momento in cui c’è chi vede il software libero come un passatempo, chi lo vede come un modo di fare mercato e chi ne intravede delle possibilità di sviluppo diverso dal capitalismo sfrenato delle dot.com. In realtà la questione è del tutto aperta, non ci sono punti di vista affermati sul fatto che la cultura GPL sia o meno anticapitalista, tra gli animatori del movimento esistono oramai tante contaminazioni corporate che spingono verso il mercato anche una filosofia di base sostanzialmente comunitaria. Non solo, il software a  differenza delle altre opere dell’ingegno dà da mangiare alle persone e questo è uno dei problemi nel suo confronto anche solo con il resto dell’arte digitale. Lovink è un sostenitore del free nel senso di libero ma vede i limiti di Internet nell’offire un’alternativa di sussistenza rispetto al libero mercato ai professionisti della creatività. In altre parole, la rete non è ancora matura per capire che gratis non è sempre bello e che i creativi devono vivere. La sua posizione rimane schiacciata tra la necessità di produrre mercato per gli autori e non cascare nella febbre da capitale cercando anche di estendere i concetti fuori dal software fino all’arte. Oeknux non ha sciolto questo nodo neanche nel software, figuriamoci nell’hardware. Un esempio di questa contraddizione arriva palese quando si augura che Linux diventi un feticcio desiderabile, un popware, ovvero che si cerchi di renderlo appetibile per le masse e non solo per gli smanettoni (gli anti-qualcosa). Mi sembra che affrontare le cose con questa facilità dimostri una visione un po’ miope, se Apple ha creato un feticcio non è attraverso la partecipazione popolare, ma attraverso campagne di marketing e prodotti funzionalmente eccellenti che hanno bisogno di investimenti e quindi di ritorno.

Un’ulteriore contraddizione la trovo nel tentativo fatto con discordia.us di creare un luogo di discussione nuovo, cambiando la piattaforma di publishing. Anche in questo caso, Lovink sembra perdere le distanze dai suoi nemici naturali: invece di pensare ad una comunità virtuale basata su presupposti nuovi (che so, cambiando le forme di organizzazione, di finanziamento, di decisione delle linee e dei risultati, imponendo un  rapporto tra vita digitale e vita reale…) decide di raccogliere alcune persone di cui si fida e cercare di risolvere un problema sociale con uno strumento informatico, come rimprovera ai nerd.

Se da una parte mi piace come Lovink scrive, mi piace il suo scombinare i punti di vista e mescolare gli ambiti, secondo me è vincolato dall’approccio parziale che ha scelto. Rimprovera a Castells di essere un distaccato analista, di vedere le cose da lontano senza sporcarsi le mani nel partecipare e rivendica che una critica di Internet deve nascere dall’esperienza. Lovink invece rimane ingabbiato nelle esperienze che riporta e nei loro parziali risultati, alla fine, mi sembra una bella testimonianza con degli spunti interessanti ma si perde l’aspetto scientifico. Ne è testimonianza il fatto che nella sua analisi, alcuni punti di vista mancano e sarebbero stati importanti, ad esempio, wikipedia ha un sistema di autocontrollo e di rating interessante, la comunità Debian si  autoregola con elezioni periodiche, la comunità di maemo (anche se penso sia più recente del libro) fa lo stesso, infine progetti come moveon.org esistono e sono diventati uno snodo importante per la politica e l’attivismo. Aggiungo anche i progetti di crowdsourcing che recentemente provano a produrre un’economia più equa (alcuni dei quali elencati in questa bella raccolta di scambioetico).

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