L’articolo spiega in modo un po più tecnico alcune questioni che chi si occupa di questo tema percepisce come ovvie, ma che nessuno ha mai la certezza di confermare. In particolare, quali sono le conseguenze della concessione di monopoli, anche se temporanei? e quali sono le teorie economiche che dovrebbero garantire il successo di questi incentivi a produrre?
Ramello ci spiega che l’incentivo a produrre dovrebbe funzionare se è equiparato al valore e quindi al costo di quello che viene prodotto. Nel caso del copyright c’è un problema nella definizione del valore delle produzioni: non è per niente scontato che un’opera che vende bene sia anche “socialmente utile” e viceversa, quindi si corre il rischio che vengano prodotte in massa opere che vendono bene e che ci siano pochi incentivi a produrre opere molto importanti ma che non vendono bene. E’ illuminante l’esempio delle opere prime di Kafka e Brecht, che insieme non hanno venduto nemmeno 1500 copie, evidentemente l’incentivo economico a vendere copie per gli editori non era l’unico valore o non gli sarebbe stata concessa una seconda possibilità.
Il secondo tema interessante è quello della tragedia degli anticommons ovvero l’immobilismo che si crea quando tutto è coperto da copyright e qualsiasi nuova composizione (che come dice la parola è qualcosa che mette insieme cose nuove con cose vecchie) ha bisogno di un numero di permessi quasi impossibili da definire in anticipo. Un esempio interessante era presente nel libro di Lawrence Lessig “Cultura Libera” in cui un regista che voleva produrre un CD con una composizione di scene di film di Clint Eastwood raccontava di aver dovuto chiedere i diritti a tutti gli attori che comparivano nelle scene ed a tutti i musicisti che aveano composto le musiche, con tutte le difficoltà di rintracciarli dopo decine di anni. Questa è una delle conseguenze di avere tutele che durano fino a 70 anni dopo la morte di chi detiene i diritti, non è difficile immaginare quanto complichi le cose in un mondo in cui attraverso la rete si possono ottenere e modificare un’infinità di opere molto rapidamente.
Oltre alle teorie economiche Ramello cita altre ricerche in cui si dimostra che il mercato dei media, nei vari settori è molto squilibrato, con poche imprese che controllano fino all’80-90% del mercato. Ne ho parlato in un’altra pagina e questo articolo conferma le mie impressioni, le imprese dominanti difendono con ogni mezzo la loro posizione, ad esempio sostengono delle spese enormi di pubblicità, o offrono dei contratti faraonici ai loro migliori artisti con lo scopo di creare barriere ai loro concorrenti più piccoli. L’obiettivo è marcare un limite preciso tra chi vince e chi perde e dare l’impressione che la creatività e l’innovazione sia tutta nelle mani delle grandi major, mentre il resto quasi non conta. Non a caso il sogno di tutti i musicisti adolescenti è quello di ottenere un contratto con un major.
Le conclusioni di Ramello sono piuttosto chiare, la tecnologia modifica la società, e la legge deve andargli appresso, non il contrario. Quindi prima di scegliere di rendere ancora più stringenti le leggi che regolano il copyright, bisogna ricordarsi che il loro scopo è proteggere la creatività, non proteggere il sistema di interessi che si è creato negli ultimi 50 anni a forza di inasprimenti delle norme.
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