Leonardo Maccari

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Sono ingegnere informatico, dottorando all'università di Firenze nel dipartimento di Elettronica e Telecomunicazioni. Per lavoro quindi mi occupo di tecnologie, in particolare di sicurezza delle reti, per interesse mi piace sconfinare negli aspetti sociali legati al copyright ed al software libero. Qui trovate qualche informazione in più, qui alcune presentazioni che ho fatto ultimamente.

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J. Rifkin L’era dell’accesso

L’era dell’accesso

Jeremy Rifkin è un economista, ha scritto diversi saggi ed articoli per giornali di tutto il mondo. E’ anche un’attivista sotto molti profili (ambiente, energia) ed e’ stato consulente anche del governo Prodi.

Ne “L’era dell’accesso”, ha descritto (nel 2000) il cambiamento del sistema economico americano e mondiale da un mercato legato allo scambio e alla proprietà di beni verso un mercato dell’accesso alle esperienze, dovuto a molti fattori. E’ una lettura molto interessante, che spiega molti dei cambiamenti in atto, non è incentrato sul copyright, come le altre letture, ma descrive il contesto in cui queste si inseriscono. Di seguito riporto alcuni spunti che il libro solleva, e che sono molto interessanti per inquadrare il problema dell’accesso alla cultura.

– La smaterializzazione dei beni

Il mercato consiste nello scambio di beni ed è quindi legato al concetto di proprietà privata. Possedere dei beni è sempre stato un indice di ricchezza, sia per i privati che per le aziende. Negli ultimi anni questa tendenza si è invertita, le transazioni economiche e le necessità degli utenti sono state rese più frenetiche dai nuovi mezzi di comunicazione, quindi è necessario essere molto rapidi nel riconvertire le proprie attività. La proprietà privata per le aziende diventa quindi un fardello che gli impedisce di muoversi rapidamente dietro ad un mercato molto variabile. Il leasing, il franchising, l’affitto dei beni aiutano un commercio basato sul “just in time” e sostituiscono le grandi scorte e i progetti mastodontici.

Analogamente cambiano i consumi. I prodotti hanno un tempo di vita molto breve e diventano obsoleti rapidamente, l’informatica è il campo in cui i queste tendenze si osservano in anticipo, ma avvengono anche negli altri settori. La prima conseguenza è che le aziende che producevano beni fisici si stanno spostando verso la produzione di beni “concettuali”. Ad esempio i computer non si vendono piu’, ma si danno in leasing insieme a pacchetti personalizzati di configurazione e di assistenza, oppure, la Nike non produce più scarpe, ma delega la produzione a terzi e produce “l’immagine Nike”. Chi compra Nike non compra un paio di scarpe ma compra l’accesso a quello stile di vita che viene sponsorizzato dalle campagne Nike.

– Il mercato dell’esperienza

Esattamente, che cosa si vende? Se non siamo in grado di configurare un computer abbiamo bisogno di un esperto che lo faccia al posto nostro, e lo stesso vale per tutto quello che non abbiamo tempo di fare. Se non abbiamo tempo di creare nuove relazioni, possiamo utilizzare reti sociali che ci mettono in contatto con persone con i nostri interessi ecc… In altre parole, in assenza di tempo per imparare cose nuove si compra l’esperienza altrui per sostituire la propria, con la conseguenza che il mercato si insinua in ogni momento della nostra vita. Lo scambio dei beni infatti è un’operazione puntuale, inizia e finisce in un tempo breve, mentre l’accesso all’esperienza è continua, e i fornitori di servizi fanno di tutto per fidelizzare il cliente.

Secondo Rifkin la conseguenza peggiore è che la conoscenza, che prima veniva costruita attraverso le relazioni sociali e l’esperienza personale, adesso viene mercificata e diventa una transazione commerciale. Per descrivere meglio questo quadro, Rifkin porta l’esempio dei beni pubblici, che sono il contraltare della proprietà privata. Un bene pubblico è inescludibile per i cittadini, il diritto di cittadinanza dà anche il diritto di accedere alle strade, alle piazze, alla pubblica educazione e sanità e non può essere sottratto. In un sistema regolato dal mercato e basato sulla proprietà privata il bene pubblico rappresenta una sfera dove il mercato non può entrare. Un esempio molto efficace è quello della pubblica piazza, che negli ultimi anni è stato sostituito dal centro commerciale. Il centro commerciale viene vissuto come un luogo in cui i cittadini passano molto tempo, non tanto per comprare qualcosa, ma come svago ricreativo, dove entrare in contatto con diverse forme di divertimento e scambio “culturale” (cinema, musica, presentazioni ecc..). Ci si scorda che il centro commerciale è un luogo privato, e chi lo possiede decide cosa è bene e cosa è male, e soprattutto, chi può entrare e chi rimane fuori. Il centro commerciale, in definitiva non è un luogo in cui siamo liberi, ma è percorso studiato appositamente per convincerci a comprare, quindi tutt’altro che disinteressato.

Se i luoghi pubblici, che dovrebbero stimolare l’incontro e lo scambio di idee vengono sostituiti con luoghi commerciali lo stesso discorso può essere fatto a livello più alto per la cultura.

– Il mercato dei media

Rifkin aggiunge un altro elemento al quadro, una sintetica descrizione del mercato dei media. Se i beni si smaterializzano, chi produce “entertainment” fa buoni affari. Il mercato dell’intrattenimento è forse il più grosso motore dell’economia americana e i consumatori spendono sempre di più per lo svago. Il mercato che si crea è spaventoso, poche aziende controllano i vari settori di mercato (cinema, musica, tv..) e chi domina un settore si trova a concorrere con le stesse aziende in altri settori in cui non ha lo stesso potere. Si crea quindi una situazione di equilibrio, in cui non conviene a nessuno creare una concorrenza troppo forte.

Rimettendo insieme i pezzi, viviamo in un mondo in cui il bene materiale è sempre meno importante mentre è importante avere accesso alla conoscenza nell’istante esatto in cui ci serve. Siamo sempre connessi, quindi il nostro bisogno di accedere alle informazioni è continuo e invade ogni istante della nostra vita. Chi ci fornisce queste conoscenze è un gruppo di multinazionali che producono “esperienze”, ci dispensano conoscenze che in passato erano di pubblico dominio, ma che adesso, visto che le nostre necessità aumentano e i problemi che dobbiamo risolvere sono sempre più complicati, ci vengono offerte come un servizio a pagamento. Le campagne di marketing spostano la nostra attenzione dalle proprietà fisiche di quello che acquistiamo all’immagine che noi acquistiamo con il bene stesso, quindi anche i comprare vestiti, automobili o biscotti non ha più a che vedere con i prodotti, ma ha a che vedere con a quale immagine vogliamo assomigliare, e in definitiva a quale cultura tra quelle disponibili sul mercato vogliamo aderire (siamo alternativi, trendy, esibizionisti ecc..).

– L’arte, il marketing e la cultura

La cultura, l’esperienza e la conoscenza sono un prodotto di anni di evoluzione e interazione disinteressata tra le persone. Nei secoli dagli ambienti artistici e culturali sono emerse forme di dissenso sociale e la creatività si è contrapposta alla realtà di una società difficile. E’ il caso del romanticismo, che nasce nell’800 e riporta di moda l’istintività e l’emotività in un modo industriale.

Se le interazioni spontanee tra le persone si trasformano in interazioni interessate, anche la produzione culturale ne risente. Se la pubblicità diventa arte, e l’arte si abitua ad essere (anche) pubblicità, allora non ci dobbiamo stupire che l’arte e la produzione culturale perdano quei valori di innovazione e di critica sociale che in certi momenti l’hanno contraddistinta. La produzione culturale si appiattisce su forme convenzionali e mainstream. Non a caso, tutti i grandi concerti, eventi sportivi o sociali hanno grandi sponsorizzazioni da parte di aziende che vogliono entrare nell’immaginario collettivo, e molti artisti si prestano a campagne pubblicitarie, nobilitandole. Se gli spazi pubblici non sono più così importanti e la spontaneità si confonde con il servizio a pagamento, la cultura ne risente inevitabilmente, e di conseguenza ne risente la società. Rifkin infatti ricorda che una base culturale comune è il collante di una società e che relazioni di fiducia reciproche vengono prima di qualsiasi transazione commerciale e quindi di mercato.

– I nuovi consumatori

Le trasformazioni tecnologiche cambiano anche i consumatori. Come detto, siamo sempre più connessi, ci abituiamo a svolgere più attività contemporaneamente e ad avere interazioni in mondi virtuali molto brevi, con persone che non conosciamo. Rifkin, citando sociologi e psicologi sostiene che sta cambiando il rapporto delle persone con la società. In passato ci si sentiva parte di una evoluzione collettiva, ogni sforzo era mirato a guadagnare esperienza che ci elevasse socialmente. Ora le relazioni sono molto più immediate perchè essere soggetti a innumerevoli possibilità ci dà meno tempo per costruire relazioni di fiducia. In altre parole siamo molto meno sospettosi verso le informazioni che ci vengono offerte, e quindi anche più indifesi. Abbastanza da non saper distinguere l’accesso alla cultura dall’accesso ad un servizio a pagamento.

– La cultura, il copyright, il DRM.

Le ultime valutazioni di Rifkin riguardano la creazione di nuove forme di beni pubblici. Nel mondo dell’accesso infatti il bene pubblico fisicamente inteso non ha più molto senso, ma avrebbe senso garantire a tutti l’accesso almeno alla rete, in modo da poter usufruire dei suoi servizi.

In questo contesto si inseriscono naturalmente le riflessioni che riguardano i temi del copyright, della cultura e delle forme moderne di controllo degli accessi. Se smaterializziamo il mercato, il bene pubblico deve continuare ad esistere, e nel mondo delle opere d’ingegno il bene pubblico è rappresentato dalla dottrina del fair-use e dai limiti imposti sul copyright. Il bene pubblico è il terreno in cui nasce e si sviluppa una cultura indipendente, di cui una società ha comunque bisogno. Le nuove generazioni si stanno abituando a vivere in un mondo dell’accesso, in cui si paga per qualsiasi interazione e non esiste un bene comune. Il DRM è uno degli strumenti che ci stanno abituando a questo status quo, chi non ha mai comprato un CD, non immagina neanche che sia un suo diritto fare una copia delle musica che possiede, o ascoltarlo al di fuori delle limitazioni tecnologiche che un iPod o un Windows Media Player gli impongono. La stessa cosa si rifletterà su qualsiasi altra forma di cultura, il cinema, i libri e tutti i modi di interazione che le nuove tecnologie riusciranno a spostare sul digitale.

Parlando ad una delle presentazioni, mi è stato fatto notare che i DRM sono già morti, che effettivamente molti distributori sono restii a usarli perchè il pubblico non li accetta volentieri. E’ vero, forse, che in barba a qualsiasi DRM le reti peer-to-peer sono una grossa valvola di sfogo tecnologica per aggirare le logiche del mondo dei media che, almeno sulla musica, sembra avere già perso la battaglia. E’ anche vero che in prospettiva il DRM rappresenta l’abdicazione del diritto ad una cultura libera, perchè lascia alle Major il potere di decidere come noi accediamo alla cultura. Non è tanto importante che il DRM sia arrivato in ritardo rispetto alle reti P2P, e che quindi allo stato attuale delle cose la musica scaricabile sia molta più di quanto un utente medio voglia ascoltare, quello che è importante è che se lasciamo che il DRM diventi la norma, allora perderemo presto ogni forma di bene pubblico per quello che riguarda l’accesso alla cultura.

L’idea che è più difficile trasmettere, quando si parla di questi temi è che oggi viviamo in una situazione fortunata, siamo all’inizio di una rivoluzione tecnologica che porterà tutto lo scambio di informazioni su un supporto digitale. Possiamo godere quindi dei vantaggi del digitale ma manteniamo la sicurezza che ci dà il possesso di una copia fisica di un un CD, un libro ecc.. Il fatto che le reti P2P siano piene di musica senza DRM è dovuta alla fortunata coincidenza che il DRM è arrivato dopo le reti P2P. Sarà molto improbabile trovare tra dieci anni sulle reti P2P dei film in alta definizione, se i vari standard per la produzione di questi film conterranno delle protezioni abbastanza robuste da impedircelo.

Non è quindi per difendere il nostro diritto di oggi a scaricare i Beach Boys che bisogna riflettere su questi temi, ma per il diritto che non avremo domani di copiare, riutilizzare, e diffondere nel pieno dei nostri diritti musica, film, libri, e tutte le altre opere che nascono già protette da DRM. Se ci abituiamo a vivere nell’era dell’accesso, la cultura condivisibile sarà limitata solo a quelle opere di cui esiste una copia analogica, che nessun DRM può impedirci di trasformare. In altre parole potremo condividere solo cultura “vecchia”.

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