Leonardo Maccari

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Sono ingegnere informatico, dottore di ricerca all'università di Firenze nel dipartimento di Elettronica e Telecomunicazioni. Per lavoro quindi mi occupo di tecnologie, in particolare di sicurezza delle reti, per interesse mi piace sconfinare negli aspetti sociali legati al copyright ed al software libero. Qui trovate qualche informazione in più, qui alcune presentazioni che ho fatto ultimamente.

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James Boyle: A Manifesto…

James Boyle è l’autore di diversi articoli sulla PI, di uno di questi già ho parlato in queste pagine, e viene citato o ripreso in molti altri lavori perchè introduce idee originali. In questo articolo Boyle se la prende direttamente con WIPO, che è l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei temi della proprietà intellettuale. L’agenzia nasce per armonizzare le leggi internazionali sulla proprietà intellettuale, con lo scopo ultimo di promuovere la produzione culturale e incentivare il trasferimento di conoscenza verso gli stati in via di sviluppo.

L’articolo è piuttosto critico rispetto all’operato del WIPO dalla sua fondazione, Boyle ritiene che inasprire le leggi e uniformarle sempre e solo nella direzione più restrittiva non è aderente agli scopi del WIPO. L’articolo sviluppa le critiche in vari punti, alcuni già visti in altri testi, altri più originali:

Il copyright non nasce per tutelare le idee, ma le implementazioni. Oggi si possono proteggere database, software, sequenze di geni, tutte cose che non hanno niente a che vedere con la tutela di implementazioni, dimenticando il bilancio tra protezione dei diritti e interesse pubblico. Il WIPO dovrebbe essere in grado di distinguere tra gli interessi della società e gli interessi delle major, ma erigere barriere sempre più alte significa proteggere solo chi detiene i diritti.

Oltre che alle economie dei paesi industrializzati il WIPO dovrebbe tenere conto delle necessità dei paesi in via di sviluppo. Per questi paesi, utilizzare lo stesso metro di giudizio e le stesse restrizioni che si usano per gli altri significa impedirgli di entrare nel mercato, impedirgli di accedere a tecnologie, impedirgli di proteggersi dallo sfruttamento delle proprie tradizioni (vedi i brevetti sulle sequenze di geni di prodotti tipici di certe regioni). Non è quindi scontato che l’attuale sistema di tutele sia quello giusto per incentivare la produzione culturale, spesso si sente parlare delle perdite economiche dovute alla pirateria, molto meno spesso si sente parlare delle perdite sociali dovute alla restrizione del pubblico dominio, o al fatto che le tutele offerte dalle leggi incentivano solo la produzione di opere commerciali, quindi nessuna casa farmaceutica si impegnerà a produrre medicine per paesi in via di sviluppo, dove non c’è mercato.

Lo stesso squilibrio si ha tra utenti e major, le leggi sul copyright sono complicate e difendersi da accuse di violazione non è affatto semplice. I grossi produttori hanno schiere di avvocati specialisti mentre gli utenti di Internet viaggiano sostanzialmente indifesi, quindi il loro contributo alla crescita culturale è spesso limitato dalla paura di poter incorrere in accuse di violazione. Mentre un tempo lo scontro sul piano giudiziario poteva essere tra major e pirati, oppure tra major e major (qualcuno si ricorda Al Bano contro Michael Jackson?) oggi la produzione culturale spontanea è diffusa tra milioni di utenti che non hanno le strutture per difendersi. Inasprire le regole sempre di più vuol dire svantaggiare questi ultimi, come se la produzione culturale che viene dal basso, avendo meno impatto economico abbia anche meno valore assoluto e vada tutelata di meno.

L’invito quindi è sempre lo stesso: il WIPO prima di avvallare una modifica delle attuali leggi sul copyright,
dovrebbe produrre un’analisi delle conseguenze sociali ed economiche, basandosi su alcuni concetti quali proporzionalita, trasparenza, rispetto per i paesi in via di sviluppo e neutralità, senza essere il braccio armato delle major, come loro vorrebbero.

Potete trovare l’articolo qui.

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