Leonardo Maccari

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Sono ingegnere informatico, dottore di ricerca all'università di Firenze nel dipartimento di Elettronica e Telecomunicazioni. Per lavoro quindi mi occupo di tecnologie, in particolare di sicurezza delle reti, per interesse mi piace sconfinare negli aspetti sociali legati al copyright ed al software libero. Qui trovate qualche informazione in più, qui alcune presentazioni che ho fatto ultimamente.

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James Boyle: The second encolsure…

Quale è la second enclosure? il riferimento è alla privatizzazione della terra in Inghilterra, iniziata nel quindicesimo secolo e completata dopo un lungo periodo. Prima di quel momento, la terra era di tutti, e i contadini e gli allevatori non dovevano chiedere il permesso a nessuno per coltivarla o portarci gli animali, successivamente la terra diventa dei padroni, viene recintata e i contadini diventano braccianti, in grado di offrire solo la loro forza lavoro. La second enclosure è il processo attuale che sta rendendo il controllo legale e tecnologico sulla conoscenza sempre più stringente a scapito di quello che è un bene comune, la cultura.

Il parallelo, di cui ho già accennato nella pagina su latrive riguarda un concetto liberista di efficienza, che associa la proprietà privata allo stimolo ad innovare, mentre il pubblico lasciato a se stesso è destinato alla tragedia dei commons. In questo caso, come fa notare Boyle, recintare significa rendere legali tutti quegli strumenti che rendono la cultura un bene rivale ed escludibile, ovvero un bene la cui diffusione possa essere controllata come un bene fisico. Diritti di copyright quasi perpetui, licenze molto limitanti per l’utente, meno privacy per poter inviare denunce più facilmente ecc. sono tutti strumenti con cui controllare la diffusione delle opere coperte da copyright e costituiscono le recinzioni intorno ad un bene che deve essere pubblico, la cultura. Alcune citazioni che Boyle riporta sono molto interessanti, dimostrano come nell’800 nei paesi anglosassoni e non solo, c’era stata una discussione molto animata sul fatto che il copyright, inteso come un monopolio temporaneo per l’autore, fosse il male minore, ma sempre un male, al contrario di oggi dove c’è la tendenza unanime a ribadire che più è meglio. Più si allungano e proteggono i diritti, si inaspriscono le pene e meglio sarà per tutti, nonostante sia evidente che le leggi sul copyright ora hanno molto poco a che vedere con gli autori, e molto a che vedere con i distributori e produttori.

Esiste quindi la necessità di proporre un’alternativa, e qui cominciano le considerazioni più originali dell’articolo. Che cosa bisogna difendere? l’annullamento del copyright? sicuramente no, se esistono la licenza GPL, GNU/Linux e il software libero lo dobbiamo solo alla possibilità di difendere i propri diritti, ma come detto, le nostre leggi oggi tutelano i monopoli, non gli autori, ed è quindi contro i monopoli che bisogna muoversi, non solo perchè i monopoli controllano i prezzi, ma soprattutto perchè controllano la qualità e la diffusione. Quale è l’espressione che definisce il contrario di monopolio sulla cultura? Boyle cerca una definizione univoca di pubblico dominio, concludendo che non esiste una unica visione, il pubblico dominio è tutto quello che non è coperto da copyright (una definizione negativa) oppure tutto quello che è accessibile e modificabile, oppure tutte queste cose , ma gratutamente.

Perchè c’è bisogno di una definizione allora? non perchè sia importante avere un nome, ma perchè c’è bisogno di un simbolo per raccogliere chi, con sfumature diverse si appassiona a questa causa. Il discorso è lo stesso che è stato fatto per l’ecologia, non esiste una definizione unica di ecologia o ambientalismo, ma dietro a queste parole si raccoglie chi difende gli animali, chi supporta energie pulite e tutta una serie di movimenti che si riconoscono come ambientalisti.

Se si vuole iniziare un movimento politico per la difesa dei beni comuni nella cultura, bisogna iniziare da questo, dal definire quali forme di bene comune ci stanno a cuore, siano essi contenuti rilasciati con una delle mille licenze CC, oppure i contenuti rilasciati con licenze GPL/FDL/Artistic license, oppure il materiale non più coperto da copyright. Penso che questo sia un punto determinante per chi in questo momento si sta muovendo per le libertà digitali, ad ogni conferenza, dibattito, o riunione si ha l’impressione che ci sia bisogno di uscire dal nostro piccolo ambito di appassionati di tecnica ed arrivare all’esterno, spiegare a chi non ha interessi precisi in questa direzione che cosa è un DRM. Per fare questo non si può più pensare di dare a questo movimento solo una definizione negativa “no1984″, o ancora più punk come “il partito pirata”, per quanto condivisibili siano le loro istanze. Molti movimenti nascono per reazione, ma hanno bisogno di una radice comune per crescere, o rimarranno sempre figli dell’emergenza che li crea.

Solo facendo lo sforzo di scrivere un manifesto dei beni comuni che si vogliono difendere si possono dare delle risposte serie e circostanziate a chi usa degli argomenti come: la rovina del sistema, il crollo del mercato e la fine della remunerazione degli autori. Il problema più grande è che si tratta si un’attività politica, che richiede impegno e mediazione, ma è il presupposto per la nobilitazione di una movimento, che, a sua volta, è l’unica condizione per avere la considerazione delle sfere alte della politica.

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