Fin dall’inizio di questo libro (anzi, ancora prima, basta il titolo), è chiara la tesi degli autori secondo cui il copyright, semplicemente deve sparire. Per tutta la prima metà del libro si espongono concetti noti, dall’iniquità del sistema, allo sbilanciamento verso il mercato… tutte cose arciscritte ma che possono risultare interessanti per un nuovo lettore di questi temi. Dalla seconda metà in poi del libro arriva la parte che aspettavo di più, in cui gli autori propongono un sistema senza copyright.
Sinceramente mi aspettavo qualcosa di molto meglio. L’idea che il copyright possa essere messo in discussione nella sua esistenza non è niente di originale, anche quelli di ThePirateBay lo dicono, il punto è: una volta che abbiamo tolto il copyright di mezzo, le cose funzioneranno meglio o peggio? Le domande da porsi sono tante: primo, chi mi assicura che le stesse multinazionali di oggi non andranno a saccheggiare le migliori produzioni indipendenti per mercificarle, forti della loro posizione di dominio su tutti i mercati? secondo: anche se spendere 200 milioni di dollari per un film mi sembra folle, visto che i margini di profitto si abbasseranno che fine faranno le produzioni medio-grandi? terzo: è vero che prima del 700 e delle prime leggi sul copyright gli artisti vivevano lo stesso, ma il discorso oggi si potrebbe applicare ad un mondo connesso in cui il tempo che passa dalla prima alla seconda copia è zero?
Il libro risponde alle domande con un’approssimazione che non mi ha per niente convinto. Alla prima domanda la risposta è una inverosimile riforma del mercato mondiale nel settore dei media: secondo gli autori si dovrebbe riformare l’antitrust, scorporare le attuali multinazionali, impedirgli di intervenire su più mercati diversi (dei media), impedire che i mezzi di comunicazione di massa siano di proprietà straniera e porre un limite al denaro che le aziende possono spendere per marketing di prodotti dell’intelletto. Tutto queste genererebbe un sistema di mercato senza dominatori, in cui il first-mover ha sempre un vantaggio e la pressione sociale impedisce plagi sfacciati.
Alla seconda domanda il libro semplicemente risponde “spariranno”, ovvero, non ci saranno più grandi produzioni industriali. Punto.
Alla terza domanda, il libro risponde con un esempio, quello di Sellaband, un sito che produce un modello di produzione discografica dal basso, che manco a farlo apposta è fallito e poi introducendo per le produzioni commerciali cinematografiche un accordo tra produttori per cui per un periodo di tempo limitato nessuno può sfruttare le produzioni altrui. Non lo chiamano diritto d’autore, ma gli assomiglia parecchio.
Insomma, il libro anche se parte da premesse più che condivisibili e cerca una direzione nuova, pecca di qualsiasi dettaglio convincente nel suo scenario. Per ammissione degli stessi autori non vuole essere un lavoro definitivo, ma l’inizio di una discussione. Il punto è che la discussione è iniziata da un sacco di tempo e sinceramente non colgo un grande contributo nell’immaginare una soluzione che si basa su un sistema economico del tutto teorico e irrealizzabile ad oggi.
E’ comunque una lettura non molto impegnativa che può essere un buon punto di partenza se volete farvi un’idea in questo campo, la prima parte, pur non essendo particolarmente originale è chiara e contiene spunti interessanti. Anche nella bibliografia ho trovato cose che mi sono ripromesso di approfondire.




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