Leonardo Maccari

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Sono ingegnere informatico, dottorando all'università di Firenze nel dipartimento di Elettronica e Telecomunicazioni. Per lavoro quindi mi occupo di tecnologie, in particolare di sicurezza delle reti, per interesse mi piace sconfinare negli aspetti sociali legati al copyright ed al software libero. Qui trovate qualche informazione in più, qui alcune presentazioni che ho fatto ultimamente.

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J.P. Barlow, The economy of ideas

The economy of ideas, la legge su Internet.

J.P. Barlow non è nato ieri. Ha un passato di scrittore, poeta, artista (scriveva alcuni dei testi dei Greatful Dead), politico (prima repubblicano, poi democratico), fondatore della EFF… In The Economy of Ideas traccia quelli che secondo lui saranno le direzioni in cui si sposterà la società dell’informazione negli anni a seguire. Il testo apparso su Wired è del 1996, alla fine dell’articolo aggiunge dei riferimenti a versioni precedenti del testo che risalgono al 1992. Per chi non ha mai riflettuto su questi temi quell’articolo anche se datato è illuminante, per chi se ne interessa è inquietante vedere come alcune sue previsioni si siano pienamente avverate, altre drammaticamente no.

Mi riferisco in particolare a due questioni, la prima è quella della trasformazione del potere delle major dal possesso della copia fisica, all’accesso alle informazioni. Barlow intuisce 15 anni fa che le “bottiglie” che contengono le informazioni si sgretoleranno e rimarrà solo il valore delle informazioni stesse, il loro valore quindi dipenderà dalla possibilità di accedervi in ogni istante nel modo piu’ utile. Intuisce anche che attraverso strumenti di controllo, questa possibilità verrà utilizzata per proteggere gli interessi dei dinosauri del copyright che ricostruiranno delle bottiglie fatte di controllo degli accessi, strumenti crittografici e avvocati. In breve, dipinge quella che adesso viene chiamata l’ “era dell’accesso” e che piace molto alle stesse major, la possibilità di controllare come gli utenti accedono alle informazioni, piuttosto che la loro possibilità di produrre copie fisiche di un bene.

Quello che invece non riesce ad inutire è che il mondo “virtuale” di Internet non è in grado di autoregolarsi, rifiutando naturalmente alcuni “malfunzionamenti” (è molto suggestivo immaginare che per quello che nella società viene combattuto con delle leggi, ad esempio la censura, in Internet non servano regole, ma il sistema sia in grado di rigettarlo autonomamente, come se fosse un malfunzionamento) senza bisogno di regole.

E’ un tema molto attuale, quello di decidere se sia meglio lasciare che la rete si autogoverni o imporgli delle leggi, per quanto difficile possa essere. Se si immagina che la rete sia un sistema perfettamente darwiniano in cui vincono le consutudini più “utili”, e si è convinti che la condivisione ed il libero accesso a tutte le informazioni siano quelle più forti, allora viene da pensare che sia meglio non regolarlo. A volte però ci si scorda che esistono paesi dove esiste una censura di stato sui contenuti in rete, ed esistono situazioni in cui esiste una censura di fatto dovuta ad esempio ad una distribuzione delle informazioni ineguale. Chi vive in quesi contesti, forse non riesce a pensare che Internet sia un sistema con sufficienti anticorpi.

Se pensate di non fare parte di quelle persone che vivono in tali condizioni vi segnalo un paio di link interessanti, entrambi riguardanti Google. La prima è una pagina di Wikipedia che descrive alcune delle azioni di censuta operate da Google, sulla base delle proprie policy. La seconda è la pagina del chilling effect un database su Internet, creato dalla EFF, dove vengono raccolte tutte le segnalazioni documentate di lettere di “cease and desist”. Una notifica di C&D è un atto formale di un avvocato, che intima un sito web a togliere alcuni contenuti, giustificandola con la presunta violazione di qualche legge. Se si cerca Google nel database vengono fuori 1684 casi in cui Google ha deciso di rimuovere un sito dai suoi risultati. Tutte le volte che si fa una ricerca su Google, quei siti non vengono visualizzati.
In entrambi i casi, le motivazioni possono essere piu’ o meno condivisibili. E’ condivisibile che Google tolga dai propri risultati pagine che violano leggi sulla pedopornografia, in ogni caso, due elementi emergono chiaramente: 1) Google ha le sue policy, e le informazioni che ci restituisce sono soggette a queste. Se google pensa che un video di denuncia di un attivista non possa apparire su YouTube (che è di proprietà di Google, per inciso) perchè contiene scene con un forte impatto visivo, queste non appariranno. 2) Allo stesso tempo, Google a volte è costretta a togliere dai propri risultati alcuni siti perchè ha ricevuto notifiche di cease and desist da terze parti. Ad esempio, come riporta la pagina di wikipedia, Scientology ha intimato a Google di non indicizzare dei siti che riportavano opinioni negative sulla chiesa di Scientology.

Concludendo, la censura è solo uno degli esempi dei pericoli che corre Internet, J.P. Barlow pensava che la rete fosse in grado di rigettare questi pericoli da sola, ma la discussione è del tutto aperta.

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