Leonardo Maccari

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Sono ingegnere informatico, dottore di ricerca all'università di Firenze nel dipartimento di Elettronica e Telecomunicazioni. Per lavoro quindi mi occupo di tecnologie, in particolare di sicurezza delle reti, per interesse mi piace sconfinare negli aspetti sociali legati al copyright ed al software libero. Qui trovate qualche informazione in più, qui alcune presentazioni che ho fatto ultimamente.

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P.Samuelson

Copyright, Commodification, and Censorship: Past as Prologue—but to what Future?

Pamela Samuelson è una ricercatrice di Berkeley che si occupa di diritto. Viene ringraziata da J.P. Barlow in “the economy of ideas”, e cita Lawrence Lessig come “un giovane studente”. L’articolo si incentra su un paragone tra la situazione della censura e del controllo delle idee che esisteva prima dell’introduzione delle leggi sul copyright in Inghilterra (il famoso “Statute of Anne”, del 1710) e la situazione attuale.

Prima del ’700 in Inghilterra la corporazione degli stampatori possedeva una lista su cui ognuno annotava l’esclusiva per una certa opera. L’editore aveva il diritto esclusivo e perpetuo di stampare e vendere quel libro. Una delle conseguenze era che la corporazione aveva un potere di controllo sociale fortissimo, perché decideva quali materiali sarebbero stati pubblicati e quali no. Questo potere era ben noto alla corona, che si accordava spesso con gli editori per impedire che materiale socialmente scomodo venisse pubblicato. Gli editori quindi scambiavano con le autorità un monopolio di fatto sulla produzione di libri per la possibilità di farsi strumento della censura di stato.

Lo statuto di Anne, cambia questa situazione in molti modi. Principalmente mette al centro delle regole non l’editore o l’opera, ma l’autore. Inoltre, limita la durata dell’esclusiva temporalmente a 14 anni o a 28 se l’autore era ancora in vita, e alle sole opere originali, e fa cadere il resto nel pubblico dominio, un regime in cui tutti possono riprodurre e distribuire l’opera. Un’altra caratteristica importante era che metteva al centro dell’attenzione l’istruzione, rilevando che i libri erano necessari per istruire le persone, che era un vantaggio sociale più grande di quello privato degli editori.

Il primo modello di legge sul copyright, quindi, era una liberazione. Sia per il mercato di allora, sia per colpire una casta che aveva ormai guadagnato troppa importanza nella società inglese, sia per incentivare la creatività. Come dice anche Lawrence Lessig in “Cultura Libera”, gli inglesi avevano combattuto una guerra civile per ribellarsi ai monopoli gestiti dalla famiglia reale, quindi il parlamento inglese pubblicò lo statuto anche in opposizione a queste misure tanto impopolari, conseguentemente limitando il potere di censura.

L’articolo osserva come oggi si stia regredendo ad una visione del copyright simile a quella in mano agli editori inglesi di prima del ’700, sotto tanti punti di vista. Primo, siamo di nuovo in una condizione di oligopolio, in cui il mercato dei media è gestito da poche grandi major che hanno il potere di decidere cosa sia fruibile e cosa non lo sia, almeno sui media tradizionali. Secondo, l’autore è del tutto irrilevante, è rilevante solo il profitto degli editori, terzo, il lato dello statuto di Anne che serviva a tutelare la cultura e l’educazione viene del tutto schiacciato. A testimonianza di questo gli editori di oggi, tendono a negare sempre di più la necessità del “fair use”, che è un limite alla loro possibilità di controllare tutta l’informazione disponibile, e non solo quella di cui loro hanno dei diritti validi. Inoltre, le leggi sul copyright sono state modificate fino a garantire un limite temporale quasi perpetuo (è emblematico che il congresso americano abbia allungato i termini della durata del copyright proprio l’anno in cui sarebbe scaduto quello su Topolino). Infine, con le nuove tecnologie il copyright è applicabile a tutto, opere vecchie, nuove, opere di cui non si conosce l’autore. I sistemi DRM non sono interoperabili tra loro, il che ha anche l’effetto di segmentare il mercato distorcendone l’efficienza e alzando i prezzi (vedi anche la pagina sul libro di Roberto Caso, in questa sezione).

– Come ci facciamo fregare facilmente…

Il fatto che pochi attori sul mercato dei media (quelli che io chiamo major) abbiano prodotto profitti enormi, controllino tutto il mercato, tengano alti i prezzi e che influenzino tantissimo la produzione della cultura, li rende antipatici al pubblico. Chi fa musica e vuole vivere di quello ha come scopo trovare una etichetta discografica che lo produca, chi vorrebbe fare cinema cerca una produzione che lo lanci, chi vuole scrivere un libro sogna di finire in qualche casa editrice che lo faccia arrivare in tutte le librerie. Per ognuna di queste strade esiste un piccolo gruppo di controllori, attraverso cui bisogna passare.
Per gli utenti, questo si traduce in poca concorrenza e prezzi alti di CD, cinema, libri. Infine a chi ha semplicemente a cuore la cultura non piace che tutti i mezzi più diffusi di comunicazione siano in mano a pochi gestori. Questo le major lo sanno, ma sanno anche che Internet rappresenta un pericolo, perché non sottostà volentieri a queste regole.
Quando condannano la pirateria, quindi, non mettono certo al centro dell’attenzione il vero oggetto che stanno difendendo (il loro potere) ma tirano in ballo la difesa degli autori. La storia che raccontano è che se noi tolleriamo la pirateria, colpiamo soprattutto gli autori, che non avranno più un mercato su cui proporre le proprie opere ed ottenere i loro successi. Con questi argomenti descrivono il copyright, come l’unico strumento a difesa del mercato, e quindi degli autori.
Volontariamente si scordano di citare che il copyright, fin dalla sua nascita serviva soprattutto a tutelare gli utenti, ed a colpire una situazione di monopolio.

Purtroppo, molte persone vengono portate su questo livello di discussione e finiscono per accettare un confronto basato sull’accettazione o meno delle regole sul copyright, come se prima dell’introduzione dello statuto di Anne la situazione fosse migliore. Il ragionamento viene spostato abilmente, e nascono i movimenti “no-copyright”, che negando la regola stessa vorrebbero in buona fede colpire chi abusa di una posizione dominante. Il problema è che una volta spostata su questo piano, la discussione è decisamente in mano agli altri, che equiparano qualsiasi reazione ad un atto di “pirateria”.

In questa ottica, forse, si spiega bene la nascita in mezza Europa dei tanti “partiti pirata”, che alzano la bandiera della pirateria rivendicando il diritto di usufruire di Internet senza sottostare alle regole imposte dalle major. Come dice Barlow, la pirateria potrebbe essere una forma di resistenza in un contesto in cui la legge sul copyright viene stirata e distorta per essere usata come strumento di controllo da chi ne trae profitto. Per quanto siano condivisibili i fini, un “partito pirata” però si fa sottrarre a priori il valore iniziale del copyright (quello di proteggere gli autori da un sistema senza regole, in cui generalmente vince il più forte) e nel confronto parte da una posizione di svantaggio.

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