Leonardo Maccari

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Sono ingegnere informatico, dottore di ricerca all'università di Firenze nel dipartimento di Elettronica e Telecomunicazioni. Per lavoro quindi mi occupo di tecnologie, in particolare di sicurezza delle reti, per interesse mi piace sconfinare negli aspetti sociali legati al copyright ed al software libero. Qui trovate qualche informazione in più, qui alcune presentazioni che ho fatto ultimamente.

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Yochai Benkler: La ricchezza della rete

La ricchezza della rete è un bel tomo, considerato una pietra miliare nei libri che meglio descrivono le ideologie della rete.

Si lascia leggere senza difficoltà, non è un libro pesante nonostante le sue 600 pagine. Non scade in tecnicismi sociologici o legali, casomai è un po’ prolisso, soprattutto l’ultima parte in cui si rivisitano concetti già espressi o comunque noti, poteva essere compressa in 20 pagine invece di 100.

Per chi ama la lettura online in lingua originale, in questa pagina si può trovare tutto il libro in praticamente tutti i formati aperti conosciuti :-)

Non è minimamente facile riassumere i contenuti più significativi di questo libro, perchè fa una trattazione molto ampia, dalla storia della nascita delle radio negli USA fino alle reti sociali. Al solito, invece di provarci, riporto solo qualche concetto che mi è rimasto impresso tra i vari capitoli del libro.

Nel capitolo 2 c’è una trattazione molto chiara di come funziona il mondo delle proprietà intellettuale e del perchè stia evolvendo nelle direzioni che sappiamo. Secondo Benkler, ci sono diversi modi di trarre profitto dalla proprietà intellettuale, un giornalista scrive sui quotidiani non per avere royalties, ma perchè viene stimato e pagato, una impresa di software invece protegge i suoi contenuti per ritagliarsi una fetta di mercato, un musicista (a parte pochi fortunati) non percepiscono royalties sufficienti da sfamarli, ma un disco e un passaggio radiofonico servono a farsi promozione ed attirare persone verso spettacoli, concerti, lezioni. Il software libero usa il diritto d’autore per proteggerne la stessa libertà, e grazie a questo esiste un’intera economia su GNU/Linux. Poi c’e’ il modello Major, che possiede in esclusiva un enorme bacino di contenuti di sua proprietà ed è intenzionata a sfruttarli fino all’ultimo centesimo.

Tutte le volte che le tutele sul copyright vengono estese e rese più rigide, il legislatore fa una scelta precisa , sceglie di danneggiare tutti quei modelli commerciali che non si basano sullo sfruttamento intensivo di un grande archivio, e di avvantaggiare il modello Major. Notate che si parla di modelli commerciali, economia, soldi, non di libertà di espressione. Siamo infatti tristemente abituati ad osservare come il mercato riceva maggiore attenzione dai governi rispetto alla società civile, in questo caso però si parla di favorire un mercato al posto di un altro. Vi consiglio di leggere anche solo questo capitolo, è molto illuminante.

Tra i modelli alternativi a quello Major poi ci sono anche pratiche che non hanno nessuna rilevanza economica ma grande rilevanza sociale. Il fatto che ci siano reti di condivisione di idee, contenuti, opinioni politiche o gusti musicali è una ricchezza soltanto collaborativa che viene messa in pericolo tutte le volte che vengono estesi i termini o l’applicabilità del copyright. Il diritto a commentare, a parodiare, a remixare un contenuto viene reso sempre meno servibile. Non bisogna scordarsi infatti che possedere il monopolio sulla riproduzione di informazioni è un compromesso che la nostra società accetta, ma che va mantenuto equilibrato.

Fino a poco tempo fa, l’ecosistema della diffusione di informazioni era centralizzato ed aveva trovato un suo equilibrio. I media tradizionali, infatti, vivono di pubblicità quindi il loro scopo è preciso, metterci dell’umore giusto per comprare. E’ difficile interessarsi ad una pubblicità di carciofini sott’olio dopo aver visto un approfondimento sul genocidio in Ruanda, quindi è preferibile per loro fornirci stati d’animo più facili da consumare e che ci sollevino, invece di sviluppare il nostro senso critico. Per questo motivo (e viene spiegato molto bene all’inizio della seconda parte) le televisioni tendono verso il generalista. Il risultato come sappiamo è un omologazione delle opinioni che è funzionale anche al modello Major, che spinge contenuti del tutto allineati e comodi. Questo era l’equilibrio raggiunto.

Anche sotto questa visione la descrizione che nella terza parte viene fatta del sistema dei marchi è interessante. Ne ho già parlato perche mi ha colpito. Quando un marchio smette di essere una semplice distinzione tra due prodotti, ma diventa prodotto esso stesso, la sua tutela va oltre la falsificazione. Se io parlo male di un brand, sto mettendo in pericolo l’immagine e quindi il valore commerciale del brand stesso. In passato, la televisione come ho detto si guardava bene dal mettere in cattiva luce certi nomi, oggi con internet abbastanza velocemente si riesce a creare un movimento d’opinione diffuso che può mettere in crisi gli sforzi di un intero reparto di marketing. Ecco allora che il marchio non va più protetto dalle contraffazioni, ma bisogna controllare l’uso che se ne fa, anche se questo costa qualcosa alla comunità in termini di libertà d’espressione.

L’equilibrio oggi si è rotto. E’ significativo notare come il mercato delle Major basato sul bombardamento mediatico (classifiche, premi…) e del marketing basato sul logo, che hanno molto in comune, sia intrinsecamente incompatibile con sistema non gerarchico e incontrollato come Internet. In generale tutti gli sforzi che sono stati fatti in passato per creare intere economie appoggiate su media centralizzati, oggi si trovano in difficoltà a difendersi in un mondo che è cambiato. Internet è un mondo plurale, in cui c’è una inevitabile concorrenza e varietà di voci; è molto difficile riproporre e difendere gli investimenti e tutte le strutture che le aziende hanno sempre utilizzato. Non riuscendo a rinnovarsi sul piano dei contenuti e del modello di business, si aggrappano al legislatore perchè li protegga almeno per un altro po’…

Perchè ci riescano secondo Benkler, è una questione di abitudini. Un comparto di mercato come quello dell’ entertainment che in America vale circa 75 miliardi di dollari, riesce ad avere influenza sul congresso americano più di un comparto come quello dell’Information technology, che ne vale 500. Il DMCA per fare un esempio è una legge che limita fortemente lo sviluppo di interi mercati basati sull’IT, per dare una sponda alle pretese delle Major. Benkler sostiene che le imprese dell’IT, nate poche decine di anni fa nella silicon valley, spesso per iniziativa di qualche hacker cantinaro che ha difficoltà a relazionarsi con gli altri, non sono abituate ad un azione di lobby come lo sono le Major, che dal dopoguerra in America si scambiano favori con un’amministrazione interessata ad avere il controllo della situazione culturale.

Io penso che ci sia un altro fattore, considerato che ogni azienda è gestita da persone che si sono formate il secolo scorso e che hanno un’idea di marchio, immagine aziendale, proprietà intellettuale basata sulle strutture del secolo scorso, si intuisce che questi temi coinvolgono anche trasversalmente settori di mercato che apparentemente non hanno collegamenti diretti. Non è solo disabitudine nel farsi sentire, è anche mancanza di coraggio nell’osservare che alcuni postulati del mercato sono messi in discussione. Anche se Intel non produce contenuti multimediali, il suo ufficio marketing promuove l’immagine dell’azienda esattamente come Coca Cola, ed è difficile che non si sentano coinvolti quando si tratta di scegliere tra una legge più o meno restrittiva sulle tutele.

Infine, un’osservazione sulla rete. Benkler ne parla come di un posto meritocratico, in cui emergono le opinioni ritenute più interessanti e più condivise in ogni piccola nicchia di argomenti. Basa tutta la sua analisi su PageRank, l’algoritmo che Google utilizza per indicizzare i siti e mettere in testa alla lista quelli più “linkati”. Da questo deduce che il filtraggio effettuato con i motori di ricerca e le reti sociali produce una selezione positiva dei contenuti. A parte che solo Google sa come funziona esattamente PageRank, quindi non è facile imbastirci sopra un discorso generale. E’ ancora meno proprio, secondo me, immaginare che Google incarni in qualche modo una specie di Antitrust della rete, che premia i siti più meritevoli. Potremmo un giorno scoprire che Google fa solo quello che gli merita, e che la nostra visione della rete non è affatto equilibrata, ma è solo la proiezione che loro vogliono darci.

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